mercoledì, 25 Maggio 2022
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Come si racconta oggi il Concilio ai giovani cattolici di Francesco Lamendola

Come si racconta oggi il Concilio ai giovani cattolici. Tra dialogo col mondo moderno e traduzione manipolata delle Scritture: come in questi 60 anni ai cattolici, e specialmente ai giovani è stata ammannita una strana minestra di Francesco Lamendola

Il dramma dei cattolici, oggi, è che non sanno più cos’è il cattolicesimo; non sanno cosa dice la loro dottrina; non sanno che molte delle cose che dicono e che fanno, e di quelle che vedono fare e che odono dire, specie da parte del clero, non sono cattoliche. Tale situazione si è creata a partire dal Concilio Vaticano II, quando, da un lato, è stato fatto credere ai laici che dopo secoli di oppressione, o nel migliore dei casi di degnazione, ora ad essi era riservato nella Chiesa un ruolo di pari dignità coi sacerdoti e i vescovi; dall’altro che le novità rivoluzionarie del Concilio stesso, e ancor più del post-Concilio, erano e sono in linea con il magistero perenne, e che si trattava e si tratta “solo” (come disse Giovanni XXIII nel discorso di apertura) di approfondimenti della fede, non di un ripudio della Tradizione, né di una modificazione della dottrina. Ed è chiaro che tutto questo è stato reso possibile da una crescente ignoranza circa la vera dottrina cattolica, ignoranza coltivata e voluta, e ottenuta da un lato con il pessimo insegnamento (portato ora da Bergoglio al limite estremo del parossismo) che la dottrina e il dogma sono, in fondo, qualcosa di non fondamentale, anzi qualcosa di rigido e tutto sommato di antipatico, per cui non è così importante né conoscere la dottrina, né credere al dogma, bensì essere ”popolo di Dio”. E a ciò si aggiunga il fatto che, con la cosiddetta riforma liturgica e con la traduzione manipolata delle Scritture, oggi un cattolico deve chiedersi seriamente se la messa cui partecipa è la vera santa Messa, e se la Bibbia che tiene fra le mani è fedele al testo originario oppure se è stata fatta per compiacere i protestanti, gli ebrei, gli islamici e chissà chi altro ancora.

I cattolici che sanno qual è la vera dottrina, che sanno come stanno le cose e sanno anche quel che è accaduto a partire dal 1962-65, ossia l’introduzione graduale nella fede cattolica di elementi non cattolici o addirittura anticattolici (come in questi ultimi anni appare infine evidente, ma si tratta di una strategia che parte quanto meno dal Concilio, se non da prima ancora) sono, in buona sostanza, quelli che, avendo più di sessantacinque anni, ricordano cos’era la dottrina, cos’era la Chiesa, cos’era la morale cattolica e quindi non si lasciano prendere in giro, non si fanno incantare dalle chiacchiere dei teologi e dei vescovi modernisti (quindi eretici) travestiti da cattolici; ma per tutti gli altri il problema c’è, ed è grossissimo. Ecco perché Bergoglio si scaglia con rabbia veramente demoniaca contro la santa Messa vetus ordo, ed ecco perché ha iniziato il suo brutto lavoro di liquidatore del cattolicesimo partendo dal commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, la cui spiritualità faceva perno proprio su di essa: perché nella santa Messa vetus ordo c’è tutta l’anima della fede cattolica di sempre, c’è il senso di elevazione, c’è la spiritualità, c’è la giusta impostazione del rapporto tra il fedele e Dio, e c’è, soprattutto, la centralità del Sacrificio Eucaristico che ne è il cuore vivo e pulsante, e dunque la fede incrollabile e consolante nella Presenza Reale di Gesù nell’Ostia consacrata. Tutte cose che la contro-chiesa infernale dei nostri giorni vorrebbe vedere distrutte e che infatti cerca in ogni maniera di erodere, confondere, sopprimere, non da oggi soltanto, né da ieri, ma da almeno cinquantacinque anni, cioè dal fatale 1965, quando Paolo VI promulgò Nostra aetate (28 ottobre) e Dignitatis humanae (7 dicembre), i due documenti che segnano obiettivamente la rottura irreversibile e irreparabile, checché se ne dica, con il vero magistero e  perciò con la vera Chiesa.

Attenzione: non stiamo affermando che tutti i padri conciliari e, dopo di loro, tutti i vescovi e i sacerdoti, i quali si sono fatto zelanti propagatori delle “novità” conciliari, fossero parte di una congiura mondiale per sovvertire la Chiesa cattolica dal suo interno; anche se la congiura – ne siamo più che convinti – certamente ci fu, e fu qualcosa di veramente diabolico, nel senso letterale della parola. Piuttosto siamo dell’opinione che la stragrande maggioranza di essi si lasciò trascinare dalla generale smania (= desiderio disordinato) di novità che serpeggiava nella Chiesa, riflesso dello stessa smania che serpeggiava nella società civile e che di lì a breve sarebbe sfociata nella rivoluzione del ’68. I veri congiurati furono relativamente pochi: in perfetto stile massonico, essi s’infiltrarono gradualmente e agirono nell’ombra, diffondendo idee e suscitando aspettative che parvero nate spontaneamente, mentre erano il frutto di una sapiente regia ed erano state studiate a tavolino per ingannare i cattolici e per sottrarre ai credenti, con la frode, la loro bella fede, la fede dei loro padri, dando loro in cambio un cattivo surrogato che veniva e viene però spacciato per un ”approfondimento” e per un “adeguamento ai bisogni dell’uomo moderno”, ma solo sul piano pastorale e non già dottrinale. Cosa, quest’ultima, del tutto falsa, perché i rivoluzionari miravano proprio a sovvertire la dottrina: altrimenti, che senso avrebbe avuto promulgare un documento come la costituzione Lumen gentium, che tratta appunto della dottrina della Chiesa, per giunta dal punto di vista assolutamente inedito, psicologistico e quindi non cattolico, dell’auto-comprensione che la Chiesa ha di se stessa?

Sta di fatto che, nei quasi sessant’anni che ci separano dal Concilio, ai cattolici, e specialmente ai giovani, è stata ammannita una strana minestra: è stato detto loro che la Chiesa era sempre quella, che la dottrina era quella di sempre, immutabile e infallibile; ma che era stata aggiornata e approfondita, in modo da agevolare il dialogo col mondo moderno e da valorizzare maggiormente le forze interne, specie il laicato e in genere la “base”, visto che fino ad allora queste erano state in un certo qual modo compresse da un eccesivo verticismo e da un uso esagerato del principio di autorità. Il che, sia pure non detto esplicitamente, suonava e suona come  una severa censura nei confronti della Chiesa pre-conciliare, del magistero pre-conciliare, dei papi pre-conciliari, come se essi, per qualcosa come millenovecento anni, non avessero ben compreso il senso del Vangelo di Gesù Cristo, non avessero realizzato pienamente e adeguatamente i precetti del divino Maestro, e insomma in qualche misura avessero tradito, o disatteso, ciò che era giusto e legittimo aspettarsi da loro, creando una situazione di malcontento e di squilibrio che attendeva da troppo tempo di essere sanata. Ed ecco il mito, accreditato dallo steso Giovanni XXIII, di una “seconda Pentecoste” realizzatasi nel Vaticano II: concetto di per sé assurdo e quasi blasfemo, sia perché di Pentecoste, nella dottrina cattolica, ce n’è stata una e una sola, quella che ebbe luogo nel cenacolo cinquanta giorni dopo la Pasqua di Resurrezione di Gesù Cristo; sia perché tale espressione suggerisce l’idea, assolutamente fuorviante e in definitiva empia, che negli altri venti concili (!) non vi sia stata una simile effusione dello Spirito Santo, la quale, chi sa perché, si sarebbe “concentrata” invece nel Concilio Vaticano II.

Prendiamo, scegliendolo praticamente a caso, un testo di religione molto in uso nella scuola secondaria superiore durante gli anni ’80 del secolo scorso, L’altro perché, di Gianni Del Bufalo, Agostino Quadrino e Pasquale Troìa, pubblicato dalle gloriose Edizioni Dehoniane (Bologna, 1989, vol. 2, pp. 200-202):

Nel passato si possono contare tre diverse interpretazioni della realtà della chiesa, con tre diversi modi di rappresentarla e di pensarla.

Nell’epoca delle origini cristiane i padri della chiesa hanno parlato di essa utilizzando simboli e immagini di provenienza biblica. Così la chiesa è stata presentata come un “ovile” di cui Cristo è pastore, come un “campo”, un “edificio”, un famiglia”, un “tempio”, una “vigna”, una “sposa”, una “nave” ecc. Il valore di tali modelli rappresentativi consiste proprio nell’utilizzazione  di cose ed esperienze comuni e quotidiane che racchiudono un forte significato simbolico: la chiesa secondo i padri, immersa nella storia degli uomini e, nel contempo, segno di un progetto che la supera.

Nel medioevo si è affermata invece la tendenza a rappresentare la chiesa come una società ben struttura parallela e spesso in antagonismo con la società civile. Essa era definita come «l’insieme dei credenti che hanno la stessa fede partecipano ali stesi sacramenti e obbediscono agli stessi pastori»I

In epoca più recente è stata ripresa l’immagine della Chiesa come «corpo mistico di Gesù Cristo» (J. A. Moler e soprattutto il papa Pio XII nel 1943): essa mette in evidenza l’unità dei credenti, la provenienza divina della comunità ecclesiale, il riferimento alla morte e risurrezione di Cristo il cui “corpo” vive nella storia proprio attraverso la Chiesa. In questa prospettiva si sviluppa anche la dimensione giuridica, cioè a definizione delle norme che ordinano la vita della chiesa al suo interno e nei rapporti con l’esterno (diritto canonico). (…)

Il Concilio Vaticano II rielabora tutte queste prospettive facendo propria quella nuova affermatasi nella teologia dell’ultimo secolo. Il punto di partenza è il seguente: la ricerca dell’equilibro fra dimensione interiore, spirituale, invisibile, e dimensione esteriore, storica, visibile della chiesa.

Questa chiave di lettura si presenta con evidenza già nel titolo del primo capitolo della costituzione dogmatica “Lumen gentium”, principale documento conciliare sulla chiesa: «Il mistero della Chiesa». Il termine “mistero” (…) nel linguaggio teologico non indica ciò che è segreto, oscuro, inspiegabile, ma ciò che include l’azione di Dio e la risposta dell’uomo, l’infinito e l’azione quotidiana. Pertanto la chiesa è vista dal concilio come “il sacramento”, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (LG 1: EV 1/284).

Ciò che è qui esso in evidenza è la funzione della chiesa di essere un segno ed anche un mezzo per realizzare rapporti nuovi fra uomo e Dio e fra uomo e uomo. Essa intende proporsi nella storia degli uomini come un fermento di novità, come nuovo è stato il modo in cui Gesù Cristo ha vissuto il rapporto con Dio Padre e con gli altri uomini,  Di qui l’impegno della chiesa di rinnovare sempre se stessa, per essere fedele al suo compito di rinnovamento dell’uomo.

Da dove viene dunque la chiesa? Secondo i cattolici viene da Dio, dal centro del suo mistero, ovvero dall’unità e trinità di Dio stesso: per questo essa deve essere “segno” di unità e, nello stesso tempo, di pluralità, di apertura, di autentica relazione interpersonale. (…)

Essendo immersa nella storia, nel vivo delle società umane, essendo una realtà concreta e visibile proprio perché suo compito non è allontanarsi dall’uomo verso un’isola felice, ma servirlo, la chiesa ha una sua struttura. Va però subito precisata una cosa: secondo il concilio non viene prima la struttura(gerarchia, norme…) e poi i valori che essa sostiene, ma viceversa, prima i valori e poi, in funzione di essi, la struttura. Per questo la costituzione “Lumen gentium” presenta prima il capitolo  sulla chiesa come “popolo di Dio”, formato da tutti i cristiani in quanto battezzati e unito a Cristo, e poi i capitoli sulla costituzione gerarchica della chiesa, ordinata in vescovi, presbiteri e laici.

Con l’espressione “popolo di Dio” si intende affermare che nella chiesa tutti hanno pari dignità, al di là dei diversi compiti che a ciascuno sono assegnati. Tutti i credenti, dal papa al vescovo, dal sacerdote al laico, hanno la stessa speranza e la stessa missione poiché fondamentalmente uguali davanti a Dio. La diversità nella chiesa fra il prete e il laico, il diacono e il vescovo, ecc. è sempre subordinata e finalizzata all’unità. Non si tratta più dunque di affermare la supremazia o di stabilire una gerarchia di “potere”, ma di distinguere diversi stati in cui ciascuno, secondo la propria inclinazione e sensibilità, contribuisce per parte sua a costruire il regno di Dio.

L’autorità nella chiesa, che viene esercitata dai vescovi e dal papa deve perciò essere interpretata come una forma di servizio e non come l’imposizione esterna di regole e comandi…

Ci sarebbero tantissime osservazioni da fare su questa pagina di prosa destinata a dei giovani cattolici i quali, nati dopo il Concilio, sanno poco o nulla della storia, anche solo recente, della Chiesa; non sanno, ad esempio, quasi certamente, cosa è stato in effetti il modernismo, e che san Pio X lo ha solennemente condannato e scomunicato nel 1907; in breve, a dei giovani che hanno innanzitutto bisogno di essere informati, e informati nella maniera più obiettiva possibile, sia intorno alla vera dottrina cattolica (riassunta, fino a prova contraria, nel Catechismo) e al magistero perenne, sia riguardo agli eventi che, a partire dal Concilio, hanno segnato, per ammissione stessa dei progressisti, una svolta epocale nel modo di “proporre” (un verbo sgradevole, ma oggi assai di moda) la fede agli uomini d’oggi.

Quel che si evince dal discorso dei nostri Autori è che fino al Concilio la Chiesa tirava avanti sulla base di schemi logori e obsoleti e di una pastorale che ormai era divenuta vecchia e superata, tale che gli uomini moderni stentavano a capirla e ad accettarla; ma poi, per ispirazione diretta dello Spirito, è arrivato il Concilio Vaticano II, i cuori si sono allargati, le menti si sono aperte, e infine è prevalso il “vero” spirito cristiano, fatto di dialogo, comprensione, pari dignità di ciascuno e di tutti, dentro e fuori la Chiesa. E ciò adoperando una terminologia e una fraseologia che sono già, di per se stesse, una chiara indicazione della scelta di campo in favore dei nuovi orientamenti e perciò, implicitamente, una censura, o quantomeno una forte riserva, su quelli anteriori al 1962-65. Un esempio per tutti. Quando gli Autori affermano che Lumen gentium è un documento fondamentale per capire il nuovo spirito che ha animato la Chiesa a partire da quella svolta, e spiegano che già il titolo del primo capitolo, Il mistero della Chiesa, è programmatico, perché “mistero”, nel linguaggio teologico, non indica ciò che è segreto, oscuro, inspiegabile, ma ciò che include l’azione di Dio e la risposta dell’uomo, danno un’interpretazione dei fatti che è, a dir poco, discutibile. Chi lo dice che questa definizione di “mistero” è quella giusta, cioè in accordo con la teologia cattolica così come la Chiesa l’ha sempre intesa ed insegnata? A noi non risulta che per san Paolo, per sant’Agostino, per san Tommaso, per i Padri della Chiesa, il termine “mistero” indichi ciò che include l’azione di Dio e la risposta dell’uomo, ma, al contrario, esso ha proprio il “vecchio” significato di ciò che è segreto, oscuro, inspiegabile, beninteso “inspiegabile” alla luce della ragione umana, ad esempio il mistero dell’Incarnazione del Verbo (il divino che si fa umano, pur conservando la propria natura divina) e della Santissima Trinità (l’unità e la trinità di Dio). E perciò non comprendiamo come si possa parlare del “mistero della Chiesa”, perché di misterioso, nella Chiesa, c’è solo, ma ciò vale in generale per la relazione di Dio con gli uomini, l’azione imperscrutabile della Grazia; mentre la volontà di credere, in quanto bisogno e tensione dell’anima umana, è perfettamente intelligibile e la si può indagare con gli strumenti della filosofia e della teologia naturale (ossia di quella parte della teologia che, come insegna san Tommaso d’Aquino, si serve della sola ragione e non dei dati della Rivelazione).

Non siamo neanche d’accordo sull’affermazione che essendo immersa nella storia, nel vivo delle società umane, la Chiesa è una realtà concreta e visibile proprio perché suo compito non è allontanarsi dall’uomo verso un’isola felice, ma servirloIl compito della Chiesa sarebbe dunque quello di “servire l’uomo”? Ma niente affatto! È quello di condurre l’uomo verso Dio, verso il vero Dio (non un dio qualsiasi, né verso gli idoli o la Pachamama), seguendo una strada ben precisa, che poi è quella indicata da Gesù stesso, quando ha dato  il suo andato agli Apostoli di convertire tutte le genti (Mt 16,15-16):

Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.

Insomma il compito, lo scopo e la ragion d’essere della Chiesa non è servire l’uomo, ma DioCosì come non siamo affatto d’accordo sull’enunciato che secondo il concilio non viene prima la struttura (gerarchia, norme…) e poi i valori che essa sostiene, ma viceversa, prima i valori e poi, in funzione di essi, la struttura. Non siamo d’accordo, a meno che si precisi di quali valori si sta parlando. Sono i valori specificamente cristiani e cattolici? Allora sì, certamente. Ma se invece, come pare oggi che l’intenda la chiesa di Bergoglio, e come già l’intendeva quella di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, sono i cosiddetti “valori umani”, figli del 1789 e di una visione radicalmente laicista e immanentista di matrice massonica e anticristiana, allora evidentemente no. Perché se fossero quelli, perfino l’aborto e l’eutanasia sarebbero “valori” sui quali cattolici e laici potrebbero e dovrebbero trovarsi d’accordo.

Che Dio non voglia. Domine, libera nos a malo.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 27 Aprile 2022

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