venerdì, 20 Maggio 2022
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La preghiera “Sublime” di Francesco Lamendola

La preghiera sublime: “Offrirsi di soffrire per redimere”. Il senso della preghiera nei cristiani “moderni” è ormai solo un ossequio formale? Il mistero della “Preghiera di oblazione”: offerta di sé e riscatto delle altre anime di Francesco Lamendola  

Il senso della preghiera viene smarrito in una società materialista, produttivistica ed utilitarista; e mano a mano che tali caratteristiche penetrano anche nella sfera religiosa, e i credenti si trasformano in cristiani “moderni”, va smarrito anche presso questi ultimi, e ciò che resta è solo un ossequio formale, quasi un paravento dietro il quale nascondere la loro incredulità e il loro materialismo.

A maggior ragione viene smarrito il senso di quel particolare tipo di preghiera che consiste nell’offerta integrale di sé, nella richiesta a Dio di poter soffrire per essere simili al suo Figlio che ha vissuto la Passione, e per poter offrire al Padre celeste la propria sofferenza in cambio del riscatto delle anime traviate, delle anime peccatrici e a rischio di cadere nella dannazione, e naturalmente delle anime purganti. I nostri nonni e i vecchi manuali di catechismo la chiamavano preghiera di oblazioneofferta, riscatto: offerta di sé e riscatto delle altre anime. Oggi un tale tipo di preghiera, che è tipico di una certa spiritualità e che veniva coltivata soprattutto presso certi ordini religiosi, come i Passionisti, è caduta totalmente in disuso e perfino in discredito. Non solo la preghiera in quanto tale viene continuamente svalutata, proprio da quelli che dovrebbero ricordarne l’importanza per la vita dello spirito, cioè teologi, vescovi e in generale pastori d’anime; ma la preghiera oblativa viene denigrata perché ricorda loro il “vecchio” modo di fare catechesi e di fare pastorale. Ma loro, i cattolici “adulti” e i sacerdoti figli della svolta antropologica vatican-secondista, trovano scostante e quasi repellente l’idea di un Dio che accetta e gradisce l’offerta di sé e la richiesta di sofferenza per il bene delle anime e per la salvezza dei peccatori: dimenticando o fingendo di scordare il piccolo dettaglio che Gesù Cristo è venuto sulla terra precisamente a questo scopo: per farsi carne, per soffrire per amore degli uomini e per morire al mondo per il loro riscatto dal peccato. Siete stati comprati a caro prezzo!, esclama san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (6,20), ricordando che il Verbo incarnato si è offerto in sacrificio per la salvezza di molti (e non di tutti: perché non tutti vogliono essere riscattati dal fango del peccato; tale è il tremendo mistero della libertà umana).

Ora, fino a un paio di generazioni fa, la Chiesa aveva ben chiara l’importanza di questo tipo di preghiera, la presentava ai fedeli come un modello di perfezione e li incoraggiava a praticarla. Di fatto, alcuni dei più grandi Santi sono stati proprio quelli che hanno fatto della propria vita una costante offerta di sé, non solo sul piano della vita materiale, ad esempio come missionari, come educatori della gioventù, come assistenti dei malati, il che ha certamente la sua importanza, ma può essere fatto da chiunque, anche da un non credente di buona volontà; ma soprattutto sul piano della vita eterna, e dunque offrendo se stessi, le proprie preghiere, i propri patimenti per la conversione dei peccatori e per la salvezza delle anime in pericolo. E questo è un tipo di preghiera, un tipo di offerta che può essere fatto da tutti, anche da un bambino: difatti ci sono stati santi e sante bambini, che hanno offerto a Dio le loro giovanissime vite e le loro precoci sofferenze, vuoi per malattia, vuoi per altre cause, appunto per la conversione dei peccatori e per la salvezza delle anime; mentre l’offerta di sé in senso materiale richiede una certa età, una certa salute, una certa robustezza, insomma una serie di cose che non tutti possiedono, e, soprattutto, che non richiedono una speciale devozione al vero Dio e al suo Figlio Unigenito, o alla Madre Santissima di Dio, ma anche solo un generico amore per il prossimo, che, al limite, può essere anche quello, deviato e aberrante, della cultura illuministica e massonica, secondo la quale amare il prossimo è sia dar da mangiare agli affamati, sia aiutare una donna a disfarsi del proprio bambino indesiderato, perché si tratta di un “amore” che non si misura sul metro dell’eternità e della sola, vera dottrina del solo vero Dio, ma su una serie di convinzioni e di opinioni meramente umane, che in quanto tali vanno e vengono, e difatti vi sono atti della vita morale che sono stati giudicati in maniera opposta a seconda delle epoche storiche e del tipo di società entro la quale venivano compiuti.

Prendiamo il caso di Nennolina, al secolo Antonietta Meo (1930-1937), l’eroica bambina che si è spenta a soli sei anni e mezzo, dopo aver attraversato un autentico calvario di sofferenze, sempre accettate in perfetto spirito di obbedienza cristiana e con stupefacente, sovrumana fortezza d’animo, tanto che era lei, povera bimba giacente in un lettino d’ospedale, a infondere speranza e  coraggio ai suoi genitori e parenti che le si affollavano intorno, smarriti e angosciati, non capacitandosi che un così grande male potesse aver colpito proprio lei, così piccola e innocente. Mistero della preghiera di oblazione! Chi può dire che tali anime sante non abbiano strappato agli artigli del demonio decine e centinaia, forse migliaia di anime in pericolo, con il fervore della loro preghiera e con la purezza delle loro intenzioni?

Oppure si prenda il caso di santa Gemma Galgani (1878-1903), l’indomita ragazza di Lucca che nacque al cielo dopo soli venticinque anni di vita, anche lei dopo aver sofferto quanto è possibile soffrire ad un essere umano, fisicamente e spiritualmente, e anche lei capace di offrire con gioia a Dio la propria sofferenza per il bene delle anime. È straordinario pensare che anche in questo mondo moderno, imbruttito dal materialismo e imbevuto di pratiche di vita immorali e licenziose, ci siano state e ci siano tuttora delle anime sante che non vivono per cercare la propria felicità personale, o meglio il proprio piacere egoistico, ma per offrirsi a tutti, anche a degli sconosciti che non conoscono e che non conosceranno mai; e che per amore di tali sconosciuti sono pronte a rinunciare a tutto, a cominciare dai legittimi piaceri della giovinezza, per percorrere eroicamente l’erto cammino della santificazione, disseminato di rovi e di spine, sdegnando ogni comodità e ogni desiderio di soddisfazione individuale, separata dalla volontà di Dio. Anime che sanno mettersi totalmente a disposizione del Padrone della vigna e che a Lui si rivolgono dicendo: Eccomi! Fai di me tutto ciò che ti piace!

SA proposito di Gemma Galgani, che non fu passionista ma che fu assai vicina alla spiritualità contemplativa dei passionisti, ha scritto Elia Gabriele Trentin nella sua sintetica ma efficace biografia S. Gemma Galgani. La santa di Lucca (Verona, Padri Passionisti, 1993, pp. 32-36):

Questa santa giovane sembra aver ridotto la sua vita a due momento e finalizzata a due motivi: CHIEDERE DI SOFFRIRE; SOFFRIRE PER REDIMERE. Gemma ha implorato di essere CROCIFISSA per convertire i peccatori strappandoli alla tirannia di Satana. Ma questo eroico esproprio ha scatenato contro se stessa le più cruente persecuzioni del demonio. Le parole: croce, sofferenza, abbandono, disprezzo, sete di martirio, ecc., si leggono decine e decine di volte nelle lettere, nell’autobiografia, e si sentono nelle estasi di questa santa creatura. Tutto questo era finalizzato alla conversione dei peccatori: «Ma che cosa non farei per Gesù. Ho una vita sola, ma se cento ne avessi tutte le darei per lui! Il più grosso tormento mi sembra che lo sopporterei per lui! Ogni goccia del mio sangue volentieri la darei… Avrei il desiderio del martirio… e tutto per impedire che tanti poveri peccatori l’offendessero… Oh vorrei che, in questo momento, la mia debole voce arrivasse fino ai confini della terra, vorrei che tutti i peccatori mi intendessero». Sono espressioni di vera eloquenza che esplodono da un cuore traboccante di amore divino e di zelo apostolico. Il demonio farà la sua parte per farla soffrire, ma non allo scopo di convertire le anime, e questo in piena contraddizione con se stesso. Ma poiché Gemma, con le sole sue forze, non avrebbe certamente sostenuto l’urto offensivo di Satana, il Signore la previene dicendo: «Preparati, preparati. Il demonio, con la grande guerra che ti farà, darà l’ultima mano all’opera che voglio compiere in te». Ed ecco la lunga pagina di Satana che non si fa attendere. Iniziando con le sofferenze fisiche, finirà con le più stressanti sofferenze morali. Manifestandosi in forme spaventose, si scagliava contro questo fiore innocente con una tempesta di percosse. La trascinava per i capelli, la precipitava per le scale, le lasciava sul capo delle lividure visibili e riempiendo la casa di rumori spaventosi faceva rabbrividire anche i familiari.  La signora Cecilia le stava vicina, convinta che il Signore agiva in modo veramente straordinario in quell’angelo di figlia. Altre volte il demonio sottraeva dai cassettoni le lettere di Gemma, le faceva scomparire, le spargeva per la casa. Al grido di: GUERRA! GUERRA! IL TUO MANOSCRITTO È IN MANO MIA, sottrasse l’autobiografia che Gemma scriveva su richiesta del suo direttore. Solo con gli esorcismi si poté recuperarla. (…)

Accadde pure che una di queste azioni diaboliche avvenne quando padre Germano era nella stanza della fanciulla. Prendendo forme mostruose, il demonio si aggirava nella camera da letto deridendo e bestemmiando. Il povero padre, non abituato a quell’orrendo spettacolo, fu colpito da un vero terrore. Furono necessarie le parole di Gemma per tranquillizzarlo. (…)

Per quanto numerosi e misteriosi fossero i segni straordinari con i quali il buon Dio privilegiava la sua figlia, Gemma si riteneva una grande peccatrice. Quanto più era illuminata dalla luce di Dio, lei scorgeva in se stessa una infinità di miserie. Ma anche queste umiliazioni non sono facili a spiegarsi senza l’azione di Satana, e scrive: «La penna non mi vuol più scrivere, la mano mi trema, mi trema forte… Non vede, padre, che da  tutte le parti sono ingannata dai demoni? Oggi alle 5 sono andata a confessarmi e il confessore ha detto che mi leva la Comunione… No, non ne sono proprio degna di ricevere Gesù, riconosco sì forte la mia miseria!». Per moltissimo tempo Gemma rimase in questo stato di ansietà profonda che i mistici chiamano NOTTE DELLO SPIRITO, NOTTE OSCURA. Si  alternavano brevi spazi di luce, che poi la lasciavano ancora nell’abbandono e nella tenebra più angosciosa e diceva: «Ma dunque, ho proprio ingannato tutti? Mi perdoni, padre, io non credo di ingannarla. Mi aiuti. Voglio essere buona, voglio obbedire, non voglio fare più peccati».

Ad un certo momento, ancora l’azione satanica sembrava travolgerla. Paralizzata nelle sue facoltà, non era più padrona di sé. Era uno strazio sentirla dire in un’estasi: «Pietà di me, Signore; pietà di me. Dove sei? Dove sei Gesù mio? Ti chiamo tante volte al giorno, sempre ti cerco… E che mi giova il vivere, se io perdo te? Dimmelo Gesù in che tu offesi. Non ti serbai puro il mio cuore?… Il demonio mi mette in mente tante cose». E queste cose che più d’ogni altra facevamo soffrire questa santa martire, erano la disperazione e l’abbandono di Dio. Il demonio faceva breccia nella mente e nel cuore di Gemma, ripieni della più profonda umiltà: «Vedi? Il tuo Gesù non vuol più saperne di te. A che ti stanchi a corrergli dietro? Smetti e rassegnati alla tua sorte infelice. Per te non c’è più speranza che tu ti possa salvare: sei nelle mie mani».

Queste misteriose prove che il Signore permetteva, mediante le vessazioni diaboliche e la notte dello spirito, avevano un solo scopo: la conversione dei peccatori. Il demonio non perdeva tempo ed entrava un scena continuamente, perché non perdonava a Gemma quell’esproprio di anime ch’ella operava contro di lui, nel riportarle a Dio. I biografi parlano di molte anime tornate piangenti a Dio, di molte conversioni, che S. Gemma ha operato con le sue atroci sofferenze, mentre gemeva tra gli artigli di Satana, crocifissa e abbandonata…

E qui, come si vede, entra in scena un atro personaggio che piace poco ai cattolici “adulti” e ai preti ultraprogressisti, nel senso che piace loro poco parlarne perché, in definitiva, non ci credono affatto, o ci credono a metà: il diavolo. Per loro, l’idea che il diavolo esista è già un fattore di turbamento, che contrasta con la loro idea positivista e liberale della Grazia divina. Sono proprio quelli che detestano, nel Padre nostro, l’espressione e non indurci in tentazione, e che tanto hanno fatto, brigato e strepitato, da ottenere infine che il loro patrono e modello preferito di cristianesimo “adulto”, Bergoglio, le togliesse, prendendosi la responsabilità di modificare la sola preghiera che ci sia stata insegnata direttamente dalla bocca del divino Redentore. Eh già, il diavolo: un cupo retaggio del cattolicesimo passato, che, oltretutto, reca con sé i fantasmi dell’Inquisizione, dei processi alle streghe, delle torture e dei roghi: insomma di tutto ciò che quei signori vorrebbero cancellare e rimuovere, così che nella loro bella fede “adulta” e “matura” non ne resti nemmeno il più piccolo ricordo. Ed infatti ecco il generale dei gesuiti, Sosa Abascal, dichiarare trionfante che il diavolo non esiste; e il noto teologo don Alberto Maggi, sostanzialmente in accordo con Bergoglio, asserire con sicumera che nemmeno l’inferno esiste, perché… Dio è troppo buono perché si possa ammettere una simile barbarie eterna!

Quanta mancanza di umiltà, quanta presunzione, quanta superbia, in queste affermazioni, in questi atteggiamenti. Evidentemente chi li adotta si è del tutto scordato l’ammonimento di Gesù Cristo (Mt 18,3): Se non vi convertirete e non diverrete come questi bambini, non entrerete nel regno dei cieli!

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 29 Aprile 2022

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