mercoledì, 25 Maggio 2022
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Anche Platone fra i cattivi maestri? di Francesco Lamendola

Dal venerando Platone e il suo mito dell’androgino originario a Pasolini e Polanski fino al caso degli odierni “influencer”: quando bisogna dire le cose con franchezza e onestà intellettuale di Francesco Lamendola  

Che cosa vuol dire essere un cattivo maestro? Che cosa si intende con tale espressione? Per cattivo maestro noi intendiamo un personaggio che gode di una certa notorietà e di una certa quale autorevolezza e che, nelle parole o nelle azioni, si avvale di tale notorietà e di tale autorevolezza per diffondere idee e stili di vita non buoni, esercitando così un’influenza nefasta sui suoi contemporanei e sulla società in generale, anche per le generazioni a venire; danno che sarà tanto più grave ed esteso quanto più la sua fama e la sua capacità d’influenzare gli altri continuerà a crescere e quanto più la sua figura in se stessa, senza distingue i diversi aspetti della sua vita e della sua personalità, acquista le dimensioni di un mito, di un individuo visto come portatore di qualità carismatiche.

Una domanda subordinata alla precedente è questa: un cattivo maestro è tale solo se dà sistematicamente cattivi esempi e se fornisce cattivi modelli da imitare, o anche se lo fa in alcuni casi specifici, oppure in ambiti attinenti a situazioni particolari e non d’interesse generale? A questa domanda ci sentiamo di rispondere affermativamente. I cattivi esempi sono sempre e comunque dei cattivi esempi; i cattivi insegnamenti sono sempre e comunque dei cattivi insegnamenti. Potremo dire, comunque, che vi è una certa differenza fra il cattivo maestro programmatico e intenzionale e colui che di fatto ricopre il ruolo di cattivo maestro in circostanze sporadiche o in ambiti particolari; ma quanto all’essere un cattivo maestro, lo sarà comunque, perché il suo ruolo pubblico, la sua capacità d’influenzare quel che pensano e perciò anche quel che vogliono fare le persone, resta sempre considerevole, sia che si tratti di cattivi insegnamenti o cattivi esempi diffusi, sia che lo siano in una sfera più circoscritta. Insomma non c’è differenza sostanziale fra l’aver calunniato, derubato o assassinato una persona o dieci persone: si tratta sempre e comunque di calunnia, di furto e di omicidio.

Per cattivo maestro intendiamo, dunque, colui che esercita una cattiva influenza sul pubblico, sia sui suoi discepoli diretti, ad esempio nel caso di un insegnante, sia nei confronti di qualsiasi pubblico venga a conoscenza delle sue parole, delle sue opere e anche del suo modo di vivere. Difficile infatti, se non impossibile, quando si tratta di una persona molto conosciuta, separare l’ambito strettamente professionale da quello inerente al suo ruolo di personaggio pubblico. Vogliamo dire che se un personaggio è famoso – facciamo il caso degli odierni influencer – non solo quel che dice, ma tutto il suo modo di porsi, di apparire e di essere, costituiscono un modello, e noi abbiamo ogni diritto di giudicare se quel modello sia buono o cattivo, ad esempio per salvaguardare l’integrità dei nostri figli. Nessun modello è neutro: e infatti nel suo piccolo anche un personaggio che non è affatto pubblico, come un padre o una madre di famiglia, esercita un’influenza su qualcun altro, a cominciare dai suoi figli.

Queste riflessioni sorgono spontanee allorché ci si accorge che con certe persone è impossibile discutere serenamente circa l’influenza esercitato da taluni personaggi pubblici, poiché per esse si tratta di modelli sacri e intoccabili, per i quali non valgono le norme che generalmente si applicano a tutti gli altri: e cioè che se quel tale discorso o quel tale atto sono cattivi e forniscono un cattivo esempio, restano cattivi indipendentemente da chi li ha fatti, fosse pure un genio o un personaggio ritenuto superiore. L’etica non conosce distinzioni di classe: ed è curioso che sovente i primi a pretendere che tali distinzioni, invece, ci siano, sono proprio quei cari progressisti che si riempiono sempre la bocca con l’uguaglianza sociale e ingiustizia dello sfruttamento di classe. Valga per tutti l’esempio della vicenda di Roman Polanski, ossia della rivelazione che il regista aveva violentato una bambina di tredici anni, della quale abbiamo parlato a suo tempo (cfr. L’articolo: Caso Polanski: la legge è uguale per tutti, ma per alcuni lo è un po’ più che per altri, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 29/09/09 e su quello dell’Accademia Nuova Italia il 13/10/17); ma anche quella del presidente francese e della sua signora la quale, quand’era la sua insegnante al liceo dei gesuiti – sempre loro! – aveva abusato di lui ancora minorenne (cfr. l’articolo La rivincita della professoressa sessantottina, sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 012/04/18). In entrambi i casi, la cultura di sinistra aveva levato gli scudi a difesa degli abusatori e non delle vittime, per ragioni meramente ideologiche: il “diritto” dell’artista famoso di fare quel che vuole col corpo d’una ragazzina, con buona pace anche delle signore femministe, e il “diritto” della donna matura, sposata e madre di figli, di godersi il suo studente sedicenne, questa volta con il pieno e convinto assenso del femminismo rampante (laddove negli Stati Uniti, per esempio, la signora Brigitte sarebbe finita dritta in galera). Perciò, tutti voi che considerate Pasolini o Polanski  dei geni così grandi, che a loro non si applicano le comuni leggi morali e che sono liberi di levarsi qualsiasi voglia, sappiate che non siamo d’accordo: non faremo sconti ad alcuno in tale materia, fosse pure un genio universalmente riconosciuto.

Alla categoria dei geni moralmente discutibili appartiene anche il venerando Platone, un filosofo forse sopravvalutato, il quale troppo spesso ricorre a miti e favole, a volte di dubbio gusto, per supplire alla debolezza o all’insufficienza del ragionamento. Così, ad esempio, nel caso che ci accingiamo a trattare, e che ne fa un apologeta del libero sesso degli uomini adulti coi ragazzini: un tipo di apologetica oggi più che mai di moda; il che ci ricorda che la nostra società è moralmente decadente quanto lo era quella greca di quei tempi lontani.

Così infatti Platone racconta il mito dell’androgino originario nel dialogo Il simposio, che nel corso del tempo è divenuto, nella cultura occidentale, un vero e proprio classico filosofico sull’amore (traduzione di Franco Ferrari; Milano, Rizzoli, 1986, 1994, pp. 141-147):

Ebbene in antico la nostra natura non era la stessa di ora, bensì era diversa. In principio i sessi degli esseri umani erano tre, non due come adesso, maschile e femminile, ma in più ce n’era un terzo che partecipava del maschile e del femminile; ora è scomparso, anche se ne resta il nome. In quel tempo infatti c’era il sesso androgino, che condivideva la forma e il nome di entrambi, il maschile e il femminile, ma ora non ne resta appunto che il nome, usato in senso dispregiativo. In secondo luogo la figura di ciascuna persona era tutta rotonda, col dorso e i fianchi formanti un cerchio, e aveva quattro mani e altrettante gambe, e sopra il collo tondo due facce simili in tutto; e su ambedue le facce, che erano orientate in direzione opposta, una sola testa, e quattro orecchi, e due membri, e tutti gli altri particolari quali si possono immaginare da queste indicazioni. E camminavano in posizione eretta, come ora, e in qualunque direzione; ma quando si mettevamo a correre, si slanciavano in tondo reggendosi sulle otto membra, come i saltimbanchi quando danzano in cerchio facendo la ruota con le gambe levate in su. E i sessi erano tre, in quanto il maschio ebbe origine dal sole, la femmina dalla terra, e il terzo sesso, che aveva elementi in comune con gli atri due, dalla luna, che partecipa appunti della natura del sole e della terra. Ed essi erano tondi, e tondo il loro modo di procedere, per somiglianza coi loro progenitori. Così erano terribili per forza e per vigore, e avevano ambizioni superbe e attaccarono gli dei, e come dice Omero a proposito di Oto ed Efialte, si tramanda che tentarono di scalare il cielo, per assalire gli dei. Allora Zeus e gli altri dei discutevano su che cosa fare di loro, ed erano nel dubbio: non potevano ucciderli e far scomparire la loro razza fulminandoli come i giganti, giacché in tal caso sarebbero scomparsi anche gli onori e i sacrifici che gli uomini tributavano loro – né d’altra parte potevano lasciare che si scatenassero liberamente. Finalmente Zeus ebbe un’idea e disse: «Credo di aver trovato il modo perché gli uomini possano continuare ad esistere rinunciando però, una volta diventati più deboli, alle loro insolenze. Adesso li taglierò in due uno per uno, e così si indeboliranno e nel contempo, raddoppiando il loro numero diventeranno più utili a noi; e cammineranno eretti su due gambe. Se vedrò che continuano ad imperversare e non intendono stare tranquilli, allora li taglierò nuovamente in due, di modo che debbano muoversi saltellando su una gamba sola».

Detto questo, cominciò la tagliare gli uomini in due, come si fa per le sorbe prima di metterle sotto sale, o quando si tagliano le uova col capello; e via via che li tagliava un due, dava ordine ad Apollo di girare la faccia e la metà del collo dalla parte del taglio, di modo che ogni uomo, osservando il taglio operato su di sé, diventasse più continente; poi ordinò che li medicasse. E Apollo girò la loro faccia, e tirando da ogni parte la pelle verso quello che ora si chiama ventre, come si fa con le borsette strette da un nodo, vi praticò una sola bocca annodandola nel mezzo del ventre, quello che ora si chiama ombelico. E le altre rughe (ne erano rimaste molte) le spianò, e diede forma al petto facendo ricorso a uno strumento simile a quello che usano i calzolai quando spianano sul piede di legno le grinze delle pelli; ma ne lasciò qualcuna sul ventre, a ricorso dell’antico evento. Ordunque, allorché la forma originaria fu tagliata in due, ciascuna metà aveva nostalgia dell’altra e la cercava; e così, gettandosi le braccia intorno e annodandosi l’una all’altra per il desiderio di ricongiungersi nella stessa forma, morivano di fame e anche di inattività, poiché l’una non intendeva far nulla separata dall’altra. E se una delle due metà moriva, e l’altra sopravviveva, quest’ultima cercava un’altra metà e le si annodava, sia che incontrasse la metà di un’intera donna, – ciò che ora chiamiamo donna – sia che incontrasse la metà di un uomo. Allora Zeus si impietosì ed escogitò un altro stratagemma: trasferì sul davanti le parti genitali che fino a quel momento tenevano anch’esse all’esterno, e del resto non generavano né partorivano l’uno nell’altro bensì in terra, come le cicale – così dunque le trasferì sul davanti e fece sì che grazie ad esse generassero gli uni negli altri, mediante il sesso maschile dentro quello femminile, allo scopo che, nell’amplesso, se un uomo si imbatteva in una donna, generassero e ne avesse origine la discendenza; se invece si imbatteva in un altro uomo, si ingenerasse sazietà dello stare insieme e si staccassero per volgersi all’azione e per occuparsi delle altre necessità dell’esistenza. E dunque da tempo così remoto è innato negli esseri umani l’amore degli uni per gli altri, anzi, esso è restauratore dell’antica natura in quanto cerca di curare e di restituire all’unità, di doppia che è divenuta, l’umana natura. Pertanto ciascuno di noi, in quanto è stato tagliato come si fa con le sogliole è la metà, il contrassegno, di un singolo essere; naturalmente ciascuno cerca il contrassegno di se stesso. Di conseguenza gli uomini che sono il risultato del taglio di quell’insieme che allora si chiamava androgino, amano le donne, e appartiene a questa categoria la maggior parte degli adulteri, e parimenti le donne che amano gli uomini e in particolare le adultere. Invece le donne che provengono dal taglio di donne, provano scarsa inclinazione verso gli uomini, ma tendono piuttosto verso le altre donne, e le lesbiche derivano da questa categoria. Infine quelli che sono taglio di maschio vanno a caccia dei maschi, e finché sono fanciulli, essendo particelle del sesso maschile, amano gli uomini e godono a giacere e ad abbracciarsi con gli uomini, e sono proprio questi i fanciulli e i ragazzi migliori poiché sono per natura i più virili. C’è chi dice che sono degli svergognati: a torto, dato che seguono questo comportamento non già per impudicizia ma per baldanza e virilità e mascolinità, agognando ciò ch’è simile a loro. Una prova decisiva è data dal fatto che solo costoro, divenuti adulti, si rivelano uomini adatti all’attività politica. Poi, arrivati alla piena maturità, amano i fanciulli e non si curano, almeno per istinto, del matrimonio e della procreazione dei figli, ma vi sono costretti dalle convenzioni; essi però sarebbero contenti di vivere gli uni con gli altri senza sposarsi. Un tale individuo diventa comunque amante dei fanciulli o amasio, sempre appetendo quel che è congenito a sé…

Questa – c’è poco da fare – è una pagina brutta: brutta letterariamente, perché ripetitiva e noiosa, mentre vorrebbe essere arguta e originale; brutta filosoficamente, perché sostituisce un racconto inverosimile a una dimostrazione logica; e brutta soprattutto moralmente. O vogliamo sostenere che  è bella solamente perché l’ha scritta Platone, che era un grande pensatore oltre che un grande scrittore? Sarebbe come dire che un grande pensatore pensa sempre bene, indipendentemente da ciò che in effetti ha pensato;  e che un grande scrittore scrive solo cose eccellenti, senza tener conto di ciò che in effetti ha scritto. Sarebbe cioè come affermare che, davanti a un grande, bisogna credere per fede che egli sia sempre grande e che non possa mai essere qualcosa di meno da ciò che noi ci aspettiamo da lui, ossia la perfezione o poco meno. Ma questa è una costruzione a priori che prescinde dalla realtà dei fatti: è una forma di fideismo religioso. Non è un atteggiamento razionale, perché prescinde dal sano ragionare e prescinde dal dato inconfutabile della realtà: ma contra factum non valet argumentum. È lo stesso atteggiamento di quelli che pensano che perfino un brutto sgorbio di un artista famoso – poniamo, di Picasso – deve per forza essere qualcosa di geniale e di ammirevole, e infatti nelle aste viene quotato somme favolose, mentre la verità è che qualsiasi bambino di prima elementare sa fare di meglio, se gli viene data la matita e una scatola di colori. Dunque un’opera è grande non perché è stata composta da un uomo grande, ma un uomo è grande quando fa cose grandi e compone opere grandi; se invece, talvolta, gli scivola un’azione o un’opera mediocre o addirittura brutta – quandoque bonus dormitat Homerus, «qualche volta anche il grande Omero sonnecchia», la pungente osservazione è di Orazio, in Ars poetica, 359 – bisogna avere la franchezza e l’onestà intellettuale di dirlo, e non di voler sostenere, per una forma di falso rispetto umano, l’assurdo e l’impossibile, ossia che una pagina brutta è bella, o un dipinto brutto è un capolavoro, o un passaggio musicale brutto è una melodia ineffabile; e meno ancora che un comportamento riprovevole diventa lecito e magari meritorio solo perché fa parte della vita di un grand’uomo. Via, siamo seri: si deve sempre dire pane al pane e vino al vino. Se si fa un’eccezione per un certo scrittore, o pittore, o musicista che non si conosce di persona, solo perché aureolato da una grande fama, poi la stessa cosa si farà per un altro, per la sola ragione che è un amico, o magari il proprio fratello o il proprio figlio. E se si perde l’obiettività, è meglio lasciar perdere qualunque attività intellettuale e qualsiasi discorso serio.

Vedi anche:

Caso Polanski: la legge è uguale per tutti, ma per alcuni lo è un po’ più che per altri – PEDOFILIA E CASO POLANSKY

La rivincita della professoressa sessantottina – PROFESSORESSA SESSANTOTTINA

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 30 Aprile 2022

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