domenica, 26 Giugno 2022
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Il “Sinistro” Tribunale di Kant di Francesco Lamendola

Se per Kant la ragione è un tribunale, chi è il boia? Tra illuministi e progressisti di ogni tempo loro sanno sempre tutto: della cosa in sé si può dire soltanto quello che essa non è, ma che cosa sia questo è impossibile dirlo di Francesco Lamendola  

Per attuare la sua “rivoluzione copernicana” in filosofia, ossia per stabilire che non la mente deve adeguarsi alla realtà, ma la realtà alla mente, Kant parla con molto compiacimento di un “tribunale della ragione”. Una similitudine così tetra e angosciante che, con il dovuto rispetto, poteva nascere solo nella mente di un tedesco, anzi di un prussiano, anzi di un prussiano orientale: di uno al cui passaggio i concittadini regolavano gli orologi, tale era l’idea che egli aveva della salutare passeggiata quotidiana, una sorta di ronda militare dalla cadenza infallibile e inesorabile. Quest’idea, sgradevole e per certi aspetti intollerabile, della ragione come un tribunale, viene in genere presentata agli studenti dai professori di liceo come un meraviglioso progresso del pensiero, ossia come la verifica delle condizioni che rendono possibile l’esercizio della ragione stessa. Che qui ci sia un corto circuito, perché la ragione è chiamata a giudicare se stessa, a rendere testimonianza pro e contro se stessa, e a farsi sia giudice che avvocato, si guardano bene dal dirlo; meno ancora si preoccupano di far notare agli studenti che, con Kant, si resta sempre prigionieri del soggettivismo, perché la ragione può al massimo stabilire come essa deve funzionare ma non è in grado di dirci in alcun modo quale sia il contenuto di verità dei suoi pensieri riguardo a ciò che è reale ed esterno alla mente.

Già, la cosa in sé: ma il buon Kant ha già sentenziato che la cosa in sé è inconoscibile mediante la ragione, e dunque la lascia generosamente all’ambito della fede, a questo punto intesa come puro sentimento. È il capolavoro della distruzione: un genio come san Tommaso d’Aquino ha chiamato a raccolta la migliore tradizione del pensiero greco, quella di Aristotele, e l’ha dispiegata per stabilire un accordo armonioso, pur nella reciproca autonomia, di fede e ragione; poi arrivano i Cartesio, i Locke, gli Hume, gli Hegel, e ci dicono che non è vero niente, che la ragione, quanto alla cosa in sé, può sapere solo di non sapere, può procedere solo per via apofatica (ecco perché Meister Eckhart piace tanto a Hegel e in genere ai moderni: perché la sua teologia apofatica procede solo per negazioni). In altre parole, della cosa in sé si può dire soltanto quello che essa non è; ma che cosa sia, questo è impossibile dirlo. Tale, ripetiamo, è la deliberata distruzione di due millenni del pensiero umano; e per questo bel capolavoro Kant viene presentato come uno dei massimi geni del pensiero.

Scrive dunque Kant nella Critica della ragion pura (tr. di G. Gentile e G. Lombardo-Radice, ed. rivista da V. Mathieu, Bari, Laterza, 1995, pp. 5-7):

La ragione umana, in una specie delle sue conoscenze, ha il destino particolare di essere tormentata da problemi che non può evitare, perché le son posti dalla natura stessa della ragione, ma dei quali non può trovare la soluzione, perché oltrepassano ogni potere della ragione umana.  In tale imbarazzo cade senza sua colpa. Comincia con princìpi, l’uso dei quali nel corso dell’esperienza è inevitabile, ed è insieme sufficientemente verificato da essa. Con essi (come comporta la sua stessa natura) la ragione sale sempre più alto, a condizioni sempre più remote. Ma, accorgendosi che in tal modo il suo lavoro deve rimanere sempre incompiuto, perché i problemi non cessano mai d’incalzarla, si vede costretta a ricorrere a princìpi, che oltrepassano ogni possibile uso empirico e, ciò malgrado, paiono tanto poco sospetti che il senso comune sta in pieno accordo con essi. Se non che, per tal modo, incorre in oscurità e contraddizioni, dalle quali può bensì inferire che in fondo devono esservi in qualche parte errori nascosti, che però non riesce a scoprire, perché quei princìpi, di cui si serve, uscendo fuori dei limiti di ogni esperienza, non riconoscono più una pietra di paragone dell’esperienza. Ora, il campo di queste lotte senza fine si chiama Metafisica.

Fu già un tempo che questa era chiamata la regina di tutte le scienze; e, si prende l’intenzione pel fatto, meritava certo questo titolo onorifico, per l’importanza capitale del suo oggetto. Ma ormai la moda del nostro tempo porta a disprezzarla […].

A principio, la sua dominazione, sotto il governo dei dommatici, era dispotica,. Ma, poiché la legislazione serbava ancora traccia dell’antica barbarie, a poco a poco degnerò per guerre intestine in una completa anarchia: e gli scettici, sorta di nomadi, nemici giurati d’ogni stabile cultura della terra, rompevano di tempo in tempo la concordia sociale. Tuttavia, poiché fortunatamente erano in pochi, non potevano impedire  che quelli, sempre di nuovo, sebbene senza un disegno concorde, cercassero di ricomporla. Nell’età moderna in verità, parve una volta che tutte queste lotte dovessero aver fine per mezzo di una certa fisiologia dell’intelletto umano (per opera del celebre Locke), e che dovesse esser pienamente risoluta la questione della legittimità di quelle pretese. Ma avvenne che, sebbene l’origine della presunta regina si facesse derivare dalla plebaglia della comune esperienza, e perciò a buon diritto si dovesse aver per sospetta la sua arroganza, poiché nel fatto questa genealogia falsamente le venne attribuita, essa ha continuato sempre a mantenere le sue pretese; e così si è ricaduti nel vecchio e tarlato dommatismo, e quindi nel discredito, dal quale si era voluto salvare la scienza. Ormai, dopo aver inutilmente tentato (se n’è convinti) tutte e vie, impera sovrano il fastidio ed un totale indifferentismo, padre del caos e della notte, nelle scienze, ma ad un tempo origine o almeno preludio di un loro prossimo rinnovamento e rischiaramento, mentre uno zelo male impiegato le aveva rese oscure, confuse e inservibili. Giacché invano si vuol affettare indifferenza riguardo a riceder che siffatte, il cui oggetto non può mai essere indifferente alla natura umana. Del resto anche i sedicenti indifferenti, sebbene s’ingegnino di mascherarsi cangiando il linguaggio della scuola in un tono più popolare, appena vogliono riflettere su qualche oggetto, ricadono inevitabilmente in quelle affermazioni metafisiche, verso le quali ostentavano tanto disprezzo. Frattanto, questa indifferenza che s’incontra proprio in mezzo al fiorire di tutte le scienze, e che tocca appunto quella, alle cui conoscenze, se fosse possibile averne, meno si vorrebbe rinunziare, è un fenomeno che merita attenzione e riflessione.

Non è per certo effetto di leggerezza, ma del giudizio maturo dell’età moderna, che non vuole più oltre farsi tenere a bada da una parvenza di sapere, ed è un invito alla ragione di assumersi nuovamente il più grave dei suoi uffici, cioè la conoscenza di sé, e di erigere un tribunale, che la garantisca nelle sue pretese legittime, ma condanni quelle che non hanno fondamento, non arbitrariamente, ma secondo le sue eterne ed immutabili leggi; e questo tribunale non può essere se non la critica della ragion pura stessa.

Io non intendo per essa una critica dei libri e dei sistemi, ma la critica della facoltà della ragione n generale riguardo a tutte le conoscenze alle quali essa può aspirare indipendentemente da ogni esperienza, quindi la decisione della possibilità o impossibilità di una metafisica in generale, e la determinazione così delle fonti, come dell’ambito e dei limiti della medesima, e tutto dedotto da princìpi.

In questo triste brano di prosa, in questa pagina tetra e falsamente verniciata d’imparzialità e oggettività, vediamo un tipico esempio di come gli illuministi, e in genere i progressisti di ogni tempo, compreso il nostro, amano fare “filosofia”. Loro sanno tutto, loro stabiliscono la natura e i limiti della ragione; loro istituiscono il tribunale della ragione stessa; loro giudicano, valutano, ed emettono la sentenza: condannano quelli che non sono dei loro e assolvono o promuovono col massimo dei voti se stessi e i propri amici. A quei signori piace molto, ed è sempre piaciuto, lo sport di vincere facile: sostenendo che nessuno, prima di loro, sapeva fare buon uso della ragione, e perciò tutti, prima di loro, erano dei bambocci in stato di perpetua minorità, imbevuti di superstizioni e oscurantismi, essi ora indossano le corazze scintillanti della Ragione e partono a lancia in resta, come prodi cavalieri, contro i  mostri delle tenebre e dell’ignoranza, e così stabiliscono cosa è vero e cosa è falso, anzi, meglio ancora, stabiliscono su cosa si può fare speculazione e cosa, invece, deve essere abbandonato. Sulla scia di Hume, che prescrive di gettare nel fuoco tutti i libri di metafisica, anche il buon Kant  (che finge di avercela a morti con gli scettici) spezza una lancia a favore d’una filosofia senza metafisica, di un pensare senza la cosa in sé, di una mente che non pensa le cose, ma impone alle cose come esse si devono conformare per essere intelligibili. E in simili condizioni, chi mai li potrà smentire? Se le premesse sono queste, chi li potrà cogliere in fallo e denunciare le loro contraddizioni? È impossibile, perché sono loro a dettare le regole e a stabilire i criteri. In forza di cosa lo fanno? In forza del fatto che controllano la cultura, che essi sono la cultura dominante, e che quindi declassano al rango di non cultura, d’irrazionalità, di superstizione, tutto ciò che non si conforma ai loro principi. E questo totalitarismo intellettuale lo chiamano progresso; questa soppressione del pensiero indipendente la chiamano libertà; e questa negazione del senso critico la sbandierano come fosse il maggior vanto del quale hanno motivo di gloriarsi.

Ma tornando a Kant: se la ragione è un tribunale, chi sarà il giudice, chi l’avvocato difensore e il pubblico ministero, chi mai sarà il boia, ossia l’esecutore della sentenza? Perché un tribunale che non emette sentenze non è un tribunale; e una giustizia che non esercita anche la punizione dei colpevoli, farebbe semplicemente ridere. Brutta immagine, però, quella del tribunale: evoca scenari sinistri, come quelli che, guarda caso, stiamo oggi vivendo, grazie alle meraviglie della cultura progressista e nei quali, per fare un esempio, un medico che esprima un pensiero critico su certi farmaci e certe terapie, viene immediatamente cacciato dall’ordine; e uno storico che si permette di rivedere certi tabù della storia contemporanea secondo la vulgata democratica e antifascista, viene subito etichettato come “negazionista” e, se recidivo, può essere tratto in manette con l’accusa di istigazione all’odio – è capitato allo storico inglese David Irving, che non era un delinquente ma un signore che si permetteva di studiare la storia recente non come vorrebbero i progressisti padroni del mondo, ma secondo la sua personale concezione. Criticabile fin che si vuole, ma indegna di esistere e meritevole solo di venire soppressa? Sia come sia, chi stabilisce nel tribunale di Kant cosa sia la “vera”ragione, quella che ha il diritto di giudicare? La ragione di Kant non è la ragione di Aristotele, né quella di san Tommaso d’Aquino; ecco dunque il trucco. Egli chiama “ragione” la sua personale interpretazione della ragione, una ragione che autocensura il proprio naturale bisogno di verità assoluta, cioè di metafisica; e questa idea di ragione egli la spaccia per la Ragione assoluta, per la sola idea di ragione che abbia il diritto di esistere, e naturalmente di giudicare. Il trucco sta qui, ed è anche abbastanza grossolano. Ieri Kant derideva i metafisici e li squalificava al livello di non-filosofi, dall’alto del suo tribunale; oggi un Galimberti asserisce, colla massima serietà, che non esiste la libertà, e al massimo si può ammettere una certa idea della libertà. Quale idea? Guarda caso, in entrambi i casi il pensiero illuminista e progressista è funzionale ai disegni di un potere che è proteso, dietro le apparenze di un globalismo aperto a ogni stimolo e di un relativismo che prende per buona ogni esperienza, a cancellare ogni effettiva autonomia e libertà del pensiero stesso. Quando si dicono le combinazioni.

Se poi andiamo a considerare le singole parti del discorso di Kant, oltre alla ricorrenza impressionante di termini ed espressioni che alludono ai tribunali e alla polizia – per esempio, quando dice che la ragione non ha colpa di cadere in contraddizioni irrisolvibili, perché si carica di un compito superiore alle sue forze – si nota un’ampollosità rococò nella sintassi, che richiama lo stile di Gibbon, dietro la quale è dissimulata una feroce intolleranza nei confronti della tradizione, naturalmente mascherata con le apparenze della più ampia tolleranza. Caratteristica anche la finta umiltà con la quale Kant si presenta come un semplice e onesto operaio che vuole “semplicemente” togliere di mezzo le rovine di un vecchio e tarlato dogmatismo (sono parole sue) per confortare la ragione nelle certezze che essa può raggiungere e farla sentire così più sicura. E in effetti, questa è proprio la pappa che i professori di filosofia rifilano ai loro studenti; e perfino i teologi delle facoltà cattoliche presentano Kant come colui che ha sgombrato il campo dalle fumisterie della metafisica e ha reso “ragionevole” l’approccio alle verità del cristianesimo. Niente di più falso: Kant ha fornito gli strumenti per mondanizzare il cristianesimo, cioè per far sì che i cristiani abbandonino il loro modo di essere e adottino quello della modernità, facendosi strumenti (consapevoli? inconsapevoli?) della lotta mondiale ingaggiata dalla massoneria per estirpare la fede cristiana dall’orbe terracqueo.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 17 Maggio 2022

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