domenica, 26 Giugno 2022
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Verso l’Apocalisse? Qualche nota su Anticristo, ultimi tempi e Parusia di Francesco Lamendola

Qualche nota su Anticristo, ultimi tempi e Parusia. Verso l’Apocalisse? La fine del mondo non è imminente la storia umana non è giunta al capolinea: ciò non toglie che secondo tutti gli indizi stia arrivando alle battute finali di Francesco Lamendola  

Stiamo vivendo in tempi oggettivamente angosciosi e talmente sconcertanti che molti sono portati a identificarli con gli ultimi tempi descritti nel Libro dell’Apocalisse. Sono numerose le richieste di chiarimento e di conferma che ci giungono in forma privata, già da qualche anno, in questo senso, per cui abbiamo pensato di rispondere esponendo in maniera chiara il nostro pensiero su tale delicatissimo argomento. Premettiamo doverosamente di non ritenerci né esperti teologi né, tanto meno, biblisti, ma solo filosofi: e la filosofia sta un gradino più in basso della teologia, perché per giungere al Vero (che, per il credente, è Dio) si fonda sulla ragione naturale, la quale, pur non potendo sbagliare in se stessa, cioè non potendo contraddirsi, può essere male adoperata e condurre a delle false conclusioni; mentre la teologia, che si serve anch’essa della ragione ma parte dalla Rivelazione, non può errare, perché la Rivelazione proviene dallo stesso Intelletto divino, di cui la ragione umana è un riflesso. Pertanto faremo quel che potremo, meglio che potremo; ma se qualcuno, alla luce di una più giusta e ponderata comprensione dei dati della Rivelazione, ci dovesse correggere, la sua fraterna correzione verrà accolta, come è giusto, con tutta l’attenzione e il rispetto dovuti.

Dunque, la domanda è: ci siamo? Ovvero: sono arrivati quei tempi, vale a dire, gli ultimi tempi? Ora, noi sappiamo, dalla Sacra Scrittura, che ci saranno dei segni premonitori, fra i quali l’apparire dell’anticristo finale, che non va confuso con gli altri anticristi apparsi nel corso della storia, il quale sedurrà la maggior parte degli uomini, anche grazie a prodigi e portenti; che ci saranno guerre e catastrofi naturali per mezzo dei quali l’umanità verrà flagellata, senza peraltro che gli uomini ne comprendano il carattere ammonitorio; e che verrà tolto di mezzo il Katéchon, per cui le forze del male, in qualche modo fino a quel momento trattenute, saranno lasciate libere d’imperversare e potranno così celebrare un trionfo apparente e momentaneo. Per ciascuno di quei segni si può evidentemente discutere se la situazione attuale si possa interpretare come il puntuale verificarsi di tale profezia finale, oppure no. Ma ci deve essere un altro segno, questo sì assolutamente certo e incontrovertibile, perché tutti lo potranno vedere: la conversione degli ebrei a Gesù Cristo. Dio infatti ha scelto quel popolo per preparare gradualmente il dispiegarsi della sua Rivelazione e infine per attuare l’Incarnazione del Verbo mediante un corpo mortale che è stato, non certo a caso, il corpo di un ebreo: perché Gesù Cristo, il Redentore promesso, ha assunto la carne di un essere umano, e secondo la carne, era un ebreo, al culmine di una lunga preparazione che, partendo da Abramo, dai Patriarchi e dai Profeti, ha sempre visto lo Spirito divino agire per mezzo di uomini e donne provenienti da quel popolo, così come ebrei erano Giovanni il Battista, il grande precursore, Maria Santissima, la Madre di Gesù, e san Giuseppe, il padre putativo; ed ebrei erano i dodici Apostoli, nonché san Paolo, che, pur non essendo dei Dodici, ha poi operato per la diffusione del Vangelo di Gesù Cristo forse più di tutti gli altri, non solo sul piano quantitativo, ma anche sul piano dottrinale e teologico, perché è con lui che il cristianesimo, potenzialmente aperto a tutti gli uomini, si è infine aperto effettivamente e ha superato le angustie e la feroce gelosia dell’esclusivismo giudaico.

Qui naturalmente sorge un grosso problema, che, a partire dal Vaticano II, e specificamente dalla Nostra aetate (28 ottobre 1965), turba le coscienze ed ha aperto un vero e proprio contenzioso dottrinale: vale a dire il destino finale degli ebrei e la giusta interpretazione del concetto di “indefettibilità” della promessa divina. Ne ho parlato in diverse altre occasioni, perciò qui mi limiterò allo stretto necessario. È assurdo e completamente erroneo sostenere, come hanno fatto i papi del post-concilio, che l’Alleanza divina con gli ebrei è rimasta sempre valida fino ad oggi, per cui, in ultima analisi, essi non hanno alcuna ragione o necessità di convertirsi a Gesù Cristo. Tale è stato l’insegnamento di sia di Benedetto XVI, sia di Bergoglio, i quali (con buona pace delle anime candide che si ostinano a contrapporre il primo al secondo, asserendo che quello non è papa, questo è addirittura un papa santo e quasi martire) hanno pubblicato due studi indipendenti, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, all’inizio del 2019. Da lì è giunta al culmine una contro-teologia che afferma, di fatto, l’esistenza di due alleanze, di due verità, di due redenzioni, l’una degli ebrei, l’altra dei non ebrei: il che è manifestamente illogico e contraddice diciannove secoli di magistero della Chiesa cattolica, dai Vangeli e dalle lettere di san Paolo fino, appunto, al Concilio Vaticano II. Inoltre, sostenendo che gli ebrei sono i fratelli maggiori dei cristiani nella fede che parte da Abramo, si è creata una categoria fittizia e ingannevole, dando fra l’altro a credere che l’alleanza di Dio con gli uomini sia di natura razziale, mentre essa è, evidentemente, di natura del tutto spirituale: non ci si salva perché si è ebrei o non ebrei, circoncisi o incirconcisi, ma perché si crede che Gesù Cristo è via, verità e vita.

Il primo pontefice che ha ripreso e sviluppato in senso relativista e anticattolico i contenuti, già in se stessi opinabili e comunque difformi dal magistero perenne, della Nostra aetate, è stato Giovanni Paolo II. A lui si deve sia la dichiarazione, oggettivamente eretica, che l’Antica alleanza non è mai stata revocata, che equivale a dichiarare inutile la venuta e la Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo, minando il dogma dell’Incarnazione del Verbo; sia l’espressione fratelli maggiori riferita agli ebrei, che rende automaticamente i cristiani dei fratelli minori e perciò li mette in posizione subordinata, suggerendo addirittura l’idea, anch’essa eretica, che essere ebreo è cosa migliore di essere cristiano, per cui non solo è sbagliato, da parte dei cattolici, voler convertire gli ebrei, ma i cattolici, tutto sommato, farebbero cosa buona se decidessero di convertirsi all’ebraismo. Quest’ultino concetto, naturalmente, non viene reso esplicito, eppure lo si ricava senza alcuno sforzo dalle premesse. Al fratello maggiore, i fratelli minori devono rispetto: ciò è implicito nel concetto stesso di primogenitura.

Ora, l’ebraismo post-esilico non è più fondato sulla Torah, ma sul Talmud e sulla Cabala: per cui quei teologi che fanno notare come l’Antico Testamento sia parte integrante della Rivelazione, e criticano pertanto l’idea che col Nuovo si sia operata una rottura, non tengono conto che gli ebrei dopo l’era di Gesù si sono identificati con la Cabala e il Talmud, ossia con una fede di cui è parte integrante il ripudio consapevole, radicale e implacabile di Gesù Cristo, il quale continua ad essere, come lo era per Anna e Caifa e per la folla che gridava a Pilato: Crocifiggilo!, un bestemmiatore e un impostore, il quale da uomo volle farsi Dio. E pertanto chiunque sia dotato di senso logico si rende conto che da simili premesse non può in alcun modo scaturire l’idea che l’Alleanza antica sia tuttora valida nei termini in cui lo era prima della venuta di Cristo: il Cristo venuto, infatti, ci sembra che abbia portato necessariamente una qualche differenza rispetto alla fede nel Dio venturo, che era quella degli ebrei anteriormente all’Incarnazione del Verbo. E infatti, chi crede in Gesù Cristo e nel suo Vangelo e riceve il battesimo nel suo nome, è salvato; ma chi non ci crede, è condannato (cfr. Marco, 16,16).

Chiarito brevemente questo punto, torniamo al discorso sull’Apocalisse e sul manifestarsi dei segni relativi annunziatori degli ultimi tempi.

Ci piace qui riportare un breve stralcio dall’ampio lavoro di “Petrus” intitolato L’Apocalisse riassunta e accessibile a tutti – che, nonostante la modestia del titolo, è un lavoro teologico di prim’ordine, con in più la non frequente dote di una grande chiarezza e semplicità espositiva – pubblicato a puntate sulla rivista quindicinale fondata da don Francesco Maria Putti Sì sì no no (n. del 15 aprile 2022, pp. 3-4):

Il cardinale Louis Billot (forse il massimo teologo del Novecento) nota che la frase “il tempo è vicino”, la quale apre e chiude l’Apocalisse, è ripetuta senza posa; egli, quindi, scrive che «la Parusia [o il secondo avvento di Cristo e la fine del mondo], nell’Apocalisse, è il vero soggetto di questa grande profezia del Nuovo Testamento».

L’esimio teologo spiega: quando s. Giovanni afferma che gli avvenimenti predetti nell’Apocalisse sarebbero giunti “subito” occorre intendere il “subito” nell’ottica divina, secondo la quale «un giorno nostro è come mille anni» e viceversa. Ossia, Dio sta nell’eternità, noi nel tempo, onde il “subito” dell’Apocalisse non significa immediatamente, secondo il modo umano, ma relativamente ai piani di Dio, che situa la storia umana, a partire dall’Avvento di Cristo, nella “pienezza dei tempi” o nell’ultimo spazio di storia, dopo il quale vi sarà l’eternità e non più il tempo. Ora «quando si parla dell’eternità tutto è breve». Quindi, l’oggetto esclusivo dell’Apocalisse non è solo la fine del mondo (errore millenarista), ma ANCHE la fine del mondo (contro i modernisti, che negano ogni rivelazione del futuro da parte di s. Giovanni).

Il Billot fa un esempio: Antioco Epifane, predetto dal profeta Daniele (VIII,26), è la figura o il tipo dell’anticristo finale, predetto anche da s. Giovanni (Ap. XXII,10). Infatti, «una stessa profezia può avere più sensi: uno prossimo e immediato […]; l’altro futuro e mediato […]; così Daniele (XI, 30 ss.) su Epifane, come Gesù (Mt XXIV,15 ss.) sulla fine del Tempio di Gerusalemme»: l’uno e l’altra sono il topo prossimo dell’anticristo futuro e, mediatamente, della fine del mondo.

L’Apocalisse, secondo il Nostro teologo, ha tre scopi principali: 1°) correggere, 2°) predire il futuro, 3°) incoraggiare. Egli, inoltre, aggiunge che «le predizioni sono, di gran lunga, la parte più considerevole dell’opera, esse vanno dal capitolo IV al XX incluso».

Il teologo gesuita conclude: «Due cose caratterizzano l’epoca in cui viviamo [XX secolo, ndr]: da una parte il Vangelo predicato in tutto il mondo […]. Dall’altra, la diminuzione considerevole [egli scriveva nel 1920, ndr] della fede nelle vecchie nazioni cristiane, la defezione delle masse che diventano sempre più ostili o indifferenti; infine, l’apostasia dichiarata e ufficiale di tutte le potenze, dei grandi come dei semplici, che fanno professione aperta di non conoscere più Gesù Cristo […]. Inoltre l’ateismo, il “dio” immanente all’universo in contrapposizione al Dio personale e trascendente della Rivelazione […]. La morale autonoma e soggettiva […]. Lo spiritismo, la teosofia e l’occultismo che militano contro la città spirituale che è la Chiesa […] e rappresentano la persecuzione mondiale […] La persecuzione annunciata dell’anticristo, la quale potrà realizzarsi solo a condizione che vi sia una organizzazione mondiale, la quale permetta un’azione comune sotto un solo capo […]. L’internazionalismo socialista, il sindacalismo […], la massoneria universale».

Sembrerebbe, perciò, che il regno dell’anticristo sia vicino, ma la conversione del popolo ebraico, che ancora manca, predetta da s. Paolo (Rom XI,25-32), è secondo il Billot «uno dei prodromi più certi della fine del mondo»; perciò non sembra che vi siano ancor oggi tutte le condizioni per la sua manifestazione.

L’apostolo Giovanni aggiunge: «Vidi una delle sue sette teste come ferita a morte ma la sua piaga mortale fu guarita. Tutta la terra seguì la bestia, con ammirazione» (v.3). Le sette teste dell’anticristo rappresentano i poteri di cui il dragone si è servito per perseguitare la Chiesa.

Landucci spiega: «è messa qui in risalto la potenza d’organizzazione della forza antichistica dominatrice di tutte le forze mondane persecutrici della Chiesa di Cristo» (cit.,p. 135, nota 1). Ora, una di esse è «come ferita a morte», ma il dragone con un prodigio, scambiato per un miracolo dalla maggior parte degli uomini o i nemici di Cristo, acclama l’anticristo quale vero Dio».

Landucci spiega: «Con la stupefacente guarigione, satana mirava a contrapporre la bestia a Cristo risorto» (“Commento all’Apocalisse di Giovanni”, Milano, Diego Fabbri, 1964, p. 135, n. 4).   Infatti, il diavolo è “la scimmia di Dio” (Tertulliano).

Da questa pagina esegetica abbiamo imparato almeno due cose: primo, gli anticristi nella storia ci sono sempre stati, ma non vanno confusi con l’ultimo, il tipo perfetto dell’Anticristo, cioè colui che pretenderà di sostituirsi a Cristo e si presenterà come concorrente rispetto al suo messaggio di salvezza, perché anch’egli saprà fare, almeno in apparenza, prodigi inerenti la salvezza degli uomini; secondo, che quanto i Padri hanno concordemente insegnato riguardo alle ultime cose ha valore di magistero, perché equivale a ciò che la Chiesa, per bocca dei pontefici e dei vescovi, ha sempre insegnato formalmente, e dunque fa parte di quella Tradizione che, accanto alla Scrittura, forma la base della Rivelazione cristiana. Ora, i Padri hanno concordemente insegnato che alla fine dei tempi anche il popolo d’Israele si convertirà a Cristo, perché è impensabile e inammissibile che proprio quel popolo che Dio aveva eletto a modello della sua alleanza con gli uomini, e dal quale aveva tratto l’elemento fisico per l’Incarnazione del suo divino Figlio, persista nell’incredulità e, dopo aver ucciso il Messia (vedi la parabola dei vignaioli omicidi) giunga impenitente al momento del Giudizio Finale.

Scrive dunque san Paolo nella Lettera ai Romani (25-32):

25 Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d’Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; 26 e tutto Israele sarà salvato, così come è scritto:

«Il liberatore verrà da Sion.

27 Egli allontanerà da Giacobbe l’empietà;

e questo sarà il mio patto con loro,

quando toglierò via i loro peccati».

28 Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l’elezione, sono amati a causa dei loro padri; 29perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili. 30Come in passato voi siete stati disubbidienti a Dio, e ora avete ottenuto misericordia per la loro disubbidienza, 31 così anch’essi sono stati ora disubbidienti, affinché, per la misericordia a voi usata, ottengano anch’essi misericordia. 32 Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti.

Ma il popolo d’Israele non si è ancora convertito; pertanto, ammesso e non concesso che l’Anticristo si sia già manifestato (e ciascuno è libero d’individuarlo in questo o quella figura della realtà contemporanea), manca pur sempre un elemento decisivo affinché siano compiuti gli ultimi tempi.

Conclusione: la fine del mondo non è imminente; la storia umana non è giunta al capolinea.

Ciò non toglie che, secondo tutti gli indizi, stia arrivando alle battute finali.

Nessuno può sapere se la conversione d’Israele sarà cosa lunga o breve; di certo, non se ne vede ancora il benché minimo segnale.

Tutto quel che si può fare, dal punto di vista cristiano, è aspettare quell’ora senza turbamento, pregando e vegliando, perché il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte.

Scrive ancora san Paolo nella Prima lettera ai Tessalonicesi (5,1-11):

1Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; 2infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. 3E quando si dirà: «Pace e sicurezza», allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà. 4Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: 5voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. 6Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri.

7Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, sono ubriachi di notte. 8Noi invece, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza. 9Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, 10il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11Perciò confortatevi a vicenda edificandovi gli uni gli altri, come già fate.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 23 Maggio 2022

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