domenica, 26 Giugno 2022
HomeRELIGIONITeologiaIl castigo del malvagio e il premio del giusto di Francesco Lamendola

Il castigo del malvagio e il premio del giusto di Francesco Lamendola

Per gli uomini d’oggi, abbandonare un cane è un crimine, ma uccidere un bimbo nel grembo di sua madre è un sacrosanto esercizio di libertà? Dinanzi a Dio il male è pur sempre male di Francesco Lamendola  

Da tempo sembra essere sparito dal linguaggio degli educatori, e anche di quei particolari educatori che sono – o dovrebbero essere – i sacerdoti, il concetto del premio spettante ai giusti e del castigo che attende gli empi e i malvagi. In pratica, né gli insegnanti della scuola ultralaica, né i vescovi e i preti nella loro pastorale, ne parlano più. È ritenuto politicamente scorretto: come se parlare del destino dei buoni equivalesse a un atto d’immodestia, una velata allusione a se stessi in quanto cristiani e perciò destinati al paradiso, e come se parlare di quello dei malvagi fosse un atto di superbia e mancanza di misericordia, perché nessuno, tranne Dio, sa quale sarà in ultimo la loro sorte: e dunque, chi siamo noi per giudicare?

A ben guardare, tutto è partito dal rifiuto della famiglia, della scuola e delle pubbliche istituzioni di essere società educante. Una società educante, cioè una società che si sforza di educare i suoi membri, e specialmente i più giovani, a diventare delle brave persone, è una società che parla, necessariamente, dei premi e dei castighi: e non solo ne parla, ma dà seguito coi fatti alle parole. Peraltro, quando abbiamo detto che la società educante si sforza di educare i suoi membri a diventare delle brave persone, abbiamo commesso una forzatura: non delle brave persone, ma – il che non è la stessa cosa – dei bravi cittadini. Un bravo cittadino rispetta la legge e agisce in conformità ad essa: dunque, per esempio, un medico che pratica gli aborti volontari è, a tutti gli effetti, un bravo cittadino secondo il diritto positivo, ossia secondo le leggi vigenti nello Stato; ma quanto a essere una brava persona, è un altro paio di maniche. Eppure, noi ricordiamo distintamente che c’è stata un’epoca – e non parliamo di duemila anni fa, ma degli anni della nostra infanzia – in cui le due cose, essere dei bravi cittadini ed essere delle brave persone, erano praticamente una cosa sola.

Quando e come è avvenuta la rottura dell’unico concetto in due concetti potenzialmente opposti? Da un lato, quando la Chiesa ha iniziato ad “aprirsi” al mondo e a “dialogare” col mondo, a partire dal Concilio Vaticano II, introducendo nella pastorale l’auto-inibizione del concetto di giustizia – perché di questo si tratta, quando si discorre del bene e del male, applicando l’aurea massima bergogliana: chi sono io per giudicare?; dall’altro lato, quando l’inizio della resa al mondo da parte del cattolicesimo ha dato sempre più forza alle istanze laiciste e anticristiane, estremizzando il concetto democratico secondo il quale i valori dipendono dal volere della maggioranza, e le leggi devono semplicemente prendere atto di quel che pensa e vuole la maggioranza in un determinato momento storico.

Oggi, ad esempio, sarebbe pressoché impensabile che un sacerdote, responsabile della propria parrocchia (evidentemente non solo dal punto di vista sociale, ma anche e soprattutto spirituale) si permetta di dire e fare, nei confronti di un pubblico peccatore, quel che scrive san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (5,1-7):

1 Si ode dappertutto dire che tra di voi vi è fornicazione, e una tale fornicazione che non è neppure nominata fra i gentili, cioè che uno tiene con sé la moglie del padre. 2 E vi siete addirittura gonfiati e non avete piuttosto fatto cordoglio, affinché colui che ha commesso una tale azione fosse tolto di mezzo a voi. 3 Ora io, assente nel corpo ma presente nello spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha commesso ciò. 4 Nel nome del nostro Signore Gesù Cristo, essendo riuniti assieme voi e il mio spirito, con il potere del Signor nostro Gesù Cristo, 5  ho deciso che quel tale sia dato in mano di Satana a perdizione della carne, affinché lo spirito sia salvato nel giorno del Signor Gesù. Il vostro vanto non è buono. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? 7 Togliete via dunque il vecchio lievito, affinché siate una nuova pasta, come ben siete senza lievito; la nostra pasqua infatti, cioè Cristo, è stata immolata per noi. 

Ohibò: consegnare a Satana il peccatore impenitente, che dà pubblico scandalo! Ma quando mai? Ciascuno è libero di vivere come gli pare: quel che fa nella sua condotta morale, riguarda lui solo: tale è la filosofia entrata nel modo di pensare della società profana, e, a partire dal Vaticano II, per piccoli passi, ma da ultimo a ritmo sempre più veloce e quasi frenetico, anche nella dimensione pastorale della Chiesa. Anzi, le cose sono arrivate così lontano che non solo le situazioni di peccato e di pubblico scandalo vengono tollerate, ma sono addirittura riconosciute e beatificate, con tanto di richiesta di benedizione da parte del sacerdote e di riconoscimento da parte della Chiesa. Sempre in nome dell’inclusione e della “misericordia” (una moneta che non va tanto di moda quando si tratta di rapportarsi ai cosiddetti cattolici tradizionalisti) e in perfetto accordo col mondo, e in particolare coi poteri forti che lo governano, i quali fanno leva proprio sul peccato per scardinare ogni residuo di ordine morale.

Sta di fatto che oggi non si parla più né di premi, perché ciò implicherebbe il riconoscimento dei meriti (uno studente di liceo, un tempo, riceveva il “premio” per la media dei voti, e gli veniva solennemente consegnato un vocabolario o un altro dono di natura culturale), né di castighi, perché ciò equivarrebbe a giudicare e, prima ancora, a proibire. Non si può sanzionare, infatti, se non ciò che trasgredisce al nomos. Ed il nomos dovrebbe stabilire ciò che è lecito e ciò che non lo è. Dal 1968, però, si è diffusa capillarmente la mentalità del proibito proibire: basta vedere il crollo dell’autorità paterna nella famiglie e i disastri che producono sui figli l’iper-protettività e il permissivismo materno, sull’onda della cultura femminista. Le madri conquistate da tale cultura si fanno un vanto di non proibire nulla ai propri figli, salvo poi renderli nevrotici con un eccesso morboso di attenzioni e di attaccamento: ed è questo oggi il più diffuso problema psicologico fra le persone, l’aver vissuto un’infanzia e un’adolescenza in assenza di un’autorevole figura paterna, e sotto la presenza opprimente, però anche permissiva, della figura materna. Al punto che molte mamme si vantano di essere “amiche” dei loro figli e si affannano a rimuovere dal cammino di questi ultimi anche il più piccolo sassolino: ad esempio si adattano a fornire la giustificazione per le assenze scolastiche, laddove la sola ragione di esse è il fatto di non aver voglia di andare alle lezioni e sottoporsi alle verifiche. Quasi inutile aggiungere che, così facendo, si creano le premesse per delle forme più o meno gravi di disadattamento: i ragazzi così abituati, e per niente usi ai sacrifici e ad assumersi le proprie responsabilità (complice anche la soppressione del servizio militare) reagiscono male, come è logico che sia, davanti agli insuccessi e alle delusioni, perché sono abituati a camminare su un tappeto di velluto.

Ora, così come abbiamo lasciato cadere l’idea del premio e del castigo, abbiamo lasciato cadere anche l’idea della giustizia: di una giustizia oggettiva e assoluta, non relativa e condizionata dalle singole circostanze e dai particolari ambienti. Abbiamo lasciato morire in noi l’anelito e la speranza che una tale giustizia esiste e che presiede alle effimere vicende umane; in altre parole, ci siamo allontanati da Dio, che è somma Giustizia oltre che sommo Bene (o meglio, somma Giustizia proprio perché sommo Bene). Dunque ci riesce difficile pensare che i responsabili della perversione dei costumi e di una serie di azioni criminali di portata mondiale, come l’aver sparso il terrore di una pandemia inesistente e aver sottoposto i cittadini a vessazioni ignobili e illegittime, saranno chiamati a rendere conto di quanto hanno fatto; e che coloro i quali sono rimasti fedeli al vero e al bene, non si sono piegati all’iniquità e hanno respinto le lusinghe e le minacce miranti a renderli ingiusti (per esempio, ad accettare di essere inoculati con un orrido siero nella cui composizione entrano anche le linee cellulari di feti appositamente abortiti) riceveranno il premio della loro perseveranza e del loro coraggio. Eppure avverrà proprio così.

Sta scritto nel Libro della Sapienza (1,12-3,10):

12Non affannatevi a cercare la morte con gli errori della vostra vita,
non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani,
13perché Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
14Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano;
le creature del mondo sono portatrici di salvezza,
in esse non c’è veleno di morte,
né il regno dei morti è sulla terra.
15La giustizia infatti è immortale.16Ma gli empi invocano su di sé la morte con le opere e con le parole;
ritenendola amica, si struggono per lei
e con essa stringono un patto,
perché sono degni di appartenerle.

1 Dicono fra loro sragionando:
«La nostra vita è breve e triste;
non c’è rimedio quando l’uomo muore,
e non si conosce nessuno che liberi dal regno dei morti.
2Siamo nati per caso
e dopo saremo come se non fossimo stati:
è un fumo il soffio delle nostre narici,
il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore,
3spenta la quale, il corpo diventerà cenere
e lo spirito svanirà come aria sottile.
4Il nostro nome cadrà, con il tempo, nell’oblio
e nessuno ricorderà le nostre opere.
La nostra vita passerà come traccia di nuvola,
si dissolverà come nebbia
messa in fuga dai raggi del sole
e abbattuta dal suo calore.
5Passaggio di un’ombra è infatti la nostra esistenza
e non c’è ritorno quando viene la nostra fine,
poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro.
6Venite dunque e godiamo dei beni presenti,
gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza!
7Saziamoci di vino pregiato e di profumi,
non ci sfugga alcun fiore di primavera,
8coroniamoci di boccioli di rosa prima che avvizziscano;
9nessuno di noi sia escluso dalle nostre dissolutezze.
Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere,
perché questo ci spetta, questa è la nostra parte.
10Spadroneggiamo sul giusto, che è povero,
non risparmiamo le vedove,
né abbiamo rispetto per la canizie di un vecchio attempato.
11La nostra forza sia legge della giustizia,
perché la debolezza risulta inutile.

12Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo
e si oppone alle nostre azioni;
ci rimprovera le colpe contro la legge
e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta.
13Proclama di possedere la conoscenza di Dio
e chiama se stesso figlio del Signore.
14È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri;
ci è insopportabile solo al vederlo,
15perché la sua vita non è come quella degli altri,
e del tutto diverse sono le sue strade.
16Siamo stati considerati da lui moneta falsa,
e si tiene lontano dalle nostre vie come da cose impure.
Proclama beata la sorte finale dei giusti
e si vanta di avere Dio per padre.
17Vediamo se le sue parole sono vere,
consideriamo ciò che gli accadrà alla fine.
18Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto
e lo libererà dalle mani dei suoi avversari.
19Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti,
per conoscere la sua mitezza
e saggiare il suo spirito di sopportazione.
20Condanniamolo a una morte infamante,
perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».

21Hanno pensato così, ma si sono sbagliati;
la loro malizia li ha accecati.
22Non conoscono i misteriosi segreti di Dio,
non sperano ricompensa per la rettitudine
né credono a un premio per una vita irreprensibile.
23Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità,
lo ha fatto immagine della propria natura.
24Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

1 Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento li toccherà.
2Agli occhi degli stolti parve che morissero,
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
3la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
4Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza resta piena d’immortalità.
5In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé;
6li ha saggiati come oro nel crogiuolo
e li ha graditi come l’offerta di un olocausto.
7Nel giorno del loro giudizio risplenderanno,
come scintille nella stoppia correranno qua e là.
8Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli
e il Signore regnerà per sempre su di loro.
9Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità,
i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui,
perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti.

10Ma gli empi riceveranno una pena conforme ai loro pensieri;
non hanno avuto cura del giusto e si sono allontanati dal Signore.

Sì, lo sappiamo: queste parole suonano troppo forti agli orecchi degli uomini moderni, dalla sensibilità così delicata e complessa. Una sensibilità invero piuttosto particolare, visto che non si scandalizza davanti alla pratica della soppressione standardizzata dei nascituri indesiderati, mentre si commuove fino alle lacrime per la sorte dei cani o dei gatti abbandonati sulla strada. Agli occhi degli uomini d’oggi, abbandonare un cane è un crimine, ma uccidere un bimbo nel grembo di sua madre è un sacrosanto esercizio di libertà. Ebbene, anche per tali perversioni ci saranno i premi e i castighi: perché dinanzi a Dio il male è pur sempre male, e il bene è sempre bene.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 30 Maggio 2022

Most Popular

Recent Comments