domenica, 26 Giugno 2022
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Rosmini ostaggio (involontario?) del “Pensiero moderno” di Francesco Lamendola

Tra soggettivismo di Cartesio, immanentismo agnostico di Kant e idealismo di Hegel: fu Antonio Rosmini con il suo Anti-tomismo, nientemeno che il precursore del modernismo? di Francesco Lamendola  

La filosofia moderna è gravemente intossicata dai tre grandi veleni:

1) il soggettivismo, che viene da Cartesio;

2) l’immanentismo agnostico, che viene da Kant;

3) il capovolgimento del giusto rapporto fra l’essere e il pensiero, che viene da Hegel.

E poiché il pensiero filosofico moderno viene quasi tutto da Cartesio, da Kant e da Hegel, si può dire che esso è quasi tutto intossicato dai loro veleni, a causa dei quali è stata completamente archiviata la metafisica, relativizzato il sapere e l’etica, storicizzate la sfera dei valori e la stessa Rivelazione divina, snaturata la prospettiva esistenziale, contribuendo alla crescita ipertrofica dell’ego che attualmente è il principale responsabile dell’affermarsi incruento del totalitarismo pseudo-sanitario, perché fornisce la materia prima dell’attaccamento cieco e animalesco alla pura vita biologica, sacrificando, in nome della (ipotetica) sopravvivenza, tutto ciò che riguarda l’ambito dei valori, a cominciare dal rispetto e dalla dignità della persona umana: coi vecchi lasciati morire in solitudine e mandati al crematorio chiusi nei sacchi di plastica, senza che i congiunti possano nemmeno vederli per dar loro l’ultimo saluto.

A questa miserevole condizione siamo giunti per gradi, un poco alla volta. Nella sfera culturale e intellettuale, vi è stata una lenta, inesorabile erosione dell’intelligenza e del senso critico, una progressiva deresponsabilizzazione della persona a favore dell’efficienza e del rispetto dei protocolli, il cui oggetto non è più la persona, ma l’individuo. La differenza fra persona e individuo è che la prima è intrinsecamente portatrice di libertà e dignità, ed è il risultato di una presa di coscienza che ha richiesto secoli, e si può considerare come uno dei maggiori vanti della civiltà cristiana (nel mondo antico il concetto di persona non esisteva). La scuola italiana, che ancora al principio degli anni ’60 era una delle migliori al mondo, specialmente quella elementare, ha iniziato la sua drammatica parabola discendente, voluta e pianificata dall’alto, trasformandosi in sistema industriale per fabbricare cervelli passivi e dimezzati e animi pavidi e conformisti; l’università è diventata addirittura il laboratorio del trans-umanesimo. I medici delle ultime due generazioni, che agiscono con tanta disumanità e applicano i cosiddetti protocolli sanitari senza fiatare, pur sapendo che sono contrarti al bene e alla guarigione del malato; e che non hanno trovato nulla da obiettare alle inoculazioni di massa di un siero genico sperimentale del quale non si conoscevano affatto i possibili effetti avversi, se non altro perché non c’era stato, appunto, il tempo di testarli, sono il prodotto di questa università, programmata per sfornare tecnici senz’anima, che obbediscono alle direttive senza far domande e senza provare scrupoli di coscienza, né provano il minimo sentimento di empatia e compassione per i pazienti che si rivolgono a loro con tanta ingenua fiducia, credendo che riceveranno le stesse attenzioni e le stesse cure, basate sulla scienza e coscienza del medico, che ricevevano i nostri nonni, mezzo secolo fa. E gli insegnanti che girano la testa dall’altra parte per non vedere i colleghi sospesi dal servizio perché non hanno voluto subire un trattamento sanitario obbligatorio, e che in classe si fanno attivi propagandisti delle menzogne governative sulla pretesa emergenza sanitaria, arrivando al punto di schernire, colpevolizzare e bullizzare gli studenti che non si sono sottoposti al ricatto delle inoculazioni forzate, vengono anch’essi da questa università malata, del tutto controllata dai grandi poteri finanziari, ove ci si abitua a fare fiumi di chiacchiere sull’accoglienza e l’inclusione, ma che, arrivati al dunque, ci si mostra di una durezza e una insensibilità totale proprio nei confronti degli insegnanti, del personale amministrativo e soprattutto degli studenti “dissidenti”.

La stessa cosa si può dire per tutte le altre categorie. I sindacalisti che non hanno fiatato mentre venivano sospesi dal lavoro e privati dello stipendio (cioè della possibilità di guadagnarsi onestamente i mezzi per vivere) padri e madri di famiglia, cittadini onesti e lavoratori irreprensibili; le forze dell’ordine che hanno caricato, assalito con gli idranti e distribuito il foglio di via a quei lavoratori che legittimamente e pacificamente manifestavano il loro dissenso rispetto alla inaudita torsione antidemocratica imposta dal governo; i magistrati che hanno brillato per la loro assenza, per la loro ignavia, per il loro colpevole silenzio, mentre la Costituzione veniva fatta a pezzi e i buoni cittadini trattati da delinquenti, mentre qualunque spacciatore di droga, immigrato clandestino (dei cui “diritti” tanto si preoccupano quegli stessi sindacalisti che se ne fregano della sorte dei lavoratori e dei pensionati italiani, multati e additati al pubblico disprezzo perché rifiutano il siero sperimentale) sa di poter spadroneggiare nei quartieri e di non dover temere alcun disturbo da parte delle forze di pubblica sicurezza. Sono anch’essi il prodotto di questo sistema scolastico, di questa cultura, di questa società. E così pure i piccoli imprenditori e i piccoli commercianti i quali, pur stremati dalle assurde misure di chiusura volute dal governo, nondimeno le approvano e si fanno zelanti esecutori di controlli ed espulsioni ai danni dei lavoratori non inoculati e dei clienti che non sono in grado di esibire l’odiosa e discriminatoria carta verde: fino al punto di rifiutarsi di servire al banco questi ultimi, o di permette loro l’acceso ai servizi igienici.

Ma torniamo sul terreno filosofico. Abbiamo detto che la cultura del soggettivismo e del relativismo ha preparato il terreno per la fase successiva, l’imposizione del totalitarismo pseudo-sanitario fondato sul consenso delle masse ingannate, impaurite e strumentalizzate, nonché istigate e scagliate con odio isterico contro quanti non si mostrano docili e  disposti a farsi ingannare, né impaurire, né strumentalizzare. In particolare, il pensiero moderno ha demolito l’idea dell’Essere, quindi dell’ontologia, quindi di un universo ordinato e diretto a un fine, per sostituirla con l’idea, massonica e liberale, di un universo nel quale si decide a maggioranza cosa è vero, cosa è buono e cosa è bello; un universo nel quale la maggioranza decide se esiste Dio, e quale Dio, e se valga la pena di ascoltarlo o non sia piuttosto meglio che l’uomo faccia da sé, con la sola ragione naturale, visti che imperfezioni, anche gravi, nell’universo fatto da Dio ce ne sono, eccome: almeno questo è il giudizio dei pensatori moderni, e, a seguire, dei legislatori, dei medici, dei genetisti, dei biologi, dei fisici, insomma di tutti quei “tecnici” dinanzi ai quali si apre ora l’avvincente prospettiva di rifare il mondo secondo le ultime aggiornatissime conoscenze rese disponibili dalla ricerca scientifica.

Di ciò abbiamo parlato già in molte occasioni. Un caso particolare, sul quale ora desideriamo soffermarci, è quello dei pensatori che hanno creduto di opporsi alla deriva soggettivista e relativista recuperando, sì, la tradizione, e in particolare la metafisica, ma al tempo stesso accogliendo non poche istanze della cultura moderna, in particolare di Cartesio e di Kant, giudicati pensatori ormai irrinunciabili e imprescindibili della filosofia moderna; e che non si sono resi conto, o non con sufficiente chiarezza, che così facendo hanno aperto le porte al nemico, lo hanno fatto entrare nel salotto di casa, lo hanno trattato con tutti gli onori, facendo sì che anche il pubblico si familiarizzasse con quelle idee e finisse per accoglierle, vedendo che proprio i difensori della tradizione si trovavano d’accordo, su non pochi punti, con costoro, e traendone l’ovvia conclusione che, dopotutto, non c’è niente di male ad accogliere i postulati fondamentali della cultura moderna, purché si renda un omaggio formale e teorico alla tradizione, ma senza la pretesa di far rivivere il passato e ridare attualità a ciò che ha fatto il suo tempo.

Uno di tali pensatori incauti e malaccorti, a nostro giudizio, è stato Antonio Rosmini, che fino a qualche anno fa veniva considerato, anche negli ambienti della cultura non cattolica, come uno dei maggiori pensatori italiani del XIX secolo, mentre oggi, ad un giudizio più sereno, si può vedere sia che il suo sistema è poco originale e in molti aspetti contraddittorio e difettoso, sia, soprattutto, che reca la responsabilità di aver mescolato il tomismo con idee tipicamente cartesiane e kantiane, con il bel risultato di stravolgere il tomismo e di spacciare per tomismo uno strano miscuglio di idee cristiane e idee non cristiane, di riconoscimento dell’autonomia e complementarietà di fede e ragione e al tempo stesso di esclusione della fede e di radicale negazione che le due vie possano coesistere e sorreggersi a vicenda – il che è un’idea tipicamente moderna, e che, pur nella sua banalità, è “passata” nell’immaginario e nel bagaglio pseudo-culturale della maggior parte delle persone.

A parole, infatti, Antonio Rosmini è stato un fiero avversario dell’immanentismo e del rifiuto della grazia da parte della cultura moderna. Questo aspetto era stato evidenziato, peraltro chiave di apprezzamento incondizionato ma forse non sufficientemente critico, da Giuseppe Beschin in un articolo intitolato La polemica del Rosmini contro il razionalismo teologico (sulla Rivista Rosminiana di filosofia e di cultura, Stresa, Centro Internazionale di studi rosminiani,  fasc. II-III aprile-settembre 1968, pp. 190-191):

Il Rosmini sviluppa la sua polemica contro il razionalismo, che ai suoi tempi si andava diffondendo nelle scuole teologiche, soprattutto nello scritto: “Il razionalismo che tenta insinuarsi nelle scuole teologiche”. Tale opera fu scritta e parzialmente stampata nel 1842, ma la stampa ne fu sospesa per il “Decreto di silenzio” intimatogli da Gregorio XVI nel marzo del 1843. Fu interamente pubblicata nel 1882 (Torino, Bocca) ed è stata ripubblicata ora, con testi inediti, a cura di R. Bessero Belti, come volume XXXIV del’edizione nazionale delle opere del Rosmini (Padova, Cedam, 1966). (…)

Il Rosmini definisce il razionalismo «quell’errore pel quale s’affida l’uomo alla sola propria ragione naturale, rifiutando l’aiuto della divina rivelazione e della grazia» (Belti, cit., p. XXI).

Secondo Rosmini, se si tiene presente tale definizione, si possono denominare razionalistiche anche posizioni, sotto molti aspetti, contrastanti, purché convengano nel rifiutarsi di riconoscere «qualche altro lume dato all’uomo diverso da quello della ragione naturale» (ibid. XXII). Le differenze scaturiscono dal potere e dalla forza attribuiti a questo “lume naturale”. Alcuni lo ritengono infallibile, altri invece lo deprimono fino a cadere nello scetticismo e nel soggettivismo. Anche l’idealismo hegeliano è, per il Rosmini, soggettivismo, in quanto non distingue nell’uomo l’elemento soggettivo dall’idea, che è l’elemento oggettivo e la luce di verità, cosicché diviene impossibile distinguere la verità dall’errore. Anche nelle teorie che deprimono il potere della ragione umana il razionalismo ha la sua radice nell’orgoglio. L’orgoglio, diceva il Manzoni, si fa razionalista anche senza maestri. Infatti, anche in tali teorie razionalistiche, si vede sì nell’uomo solo errore e miseria, ma si respingono ogni luce ed aiuto soprannaturali: l’uomo vuole bastare a se stesso. Lo spirito profondo che pervade il razionalismo è dunque sempre l’esaltazione orgogliosa dell’uomo, anche se in alcuni atteggiamenti estrinseci sembra deprimerlo. È così che si spiega, secondo il Rosmini, la dialettica dello sviluppo storico del protestantesimo. Lutero e Calvino deprimono la natura umana per onorare il Creatore, avviliscono la ragione per porre in risalto il valor della Rivelazione, distruggono la libertà dell’uomo per esaltare la grazia. Ma nello stesso tempo affermano il principio del libero esame che sottomette «la fede alla ragione di ciascheduno» (ibid., p. 5).

Sicché quelle verità che ancora ognuno crede, le crede, perché in quel momento, alla sua ragione, sembrano rivelate. Ma in tal modo la Rivelazione è sottomessa al giudizio della ragione. Sicché nell’atto stesso che si deprimono la natura e la ragione per esaltare la grazia e la rivelazione in realtà si realizza il contrario: si giudicano superiori la natura umana e la ragione alla grazia ed alla Rivelazione. È vero che alcuni eretici affidano il compito di giudicare alla ispirazione, non alla ragione naturale, ma chi giudica se si tratta di vera ispirazione o no? La ragione naturale, non appare quindi strano che a poco a poco il protestantesimo, sviluppando i germi razionalistici insiti nel suo atteggiamento iniziale,  sia giunto a conclusioni opposte a quelle da cui era partito e dichiari la ragione unica legislatrice nell’ordine morale, neghi la grazia e faccia dipendere ogni perfezione morale dell’uomo dal suo libro arbitrio. È un atteggiamento coerente con gran parte della cultura dei tempi in cui Rosmini viveva. Già nel secolo XVIII le menti degli uomini, inebriate anche da alcune scoperte scientifiche, «imbaldanzirono siffattamente, che, a se stesse sole fidandosi, sdegnarono il salutare giogo dell’autorità e della fede» (ibid., XIX). Così l’incredulità andava sempre più dilagando.

Il Rosmini vede nel razionalismo l’origine di tutte le eresie. Egli intende quindi mostrare come la fede non è una rinuncia alla ragione, ma un arricchimento, come la natura umana, allo stato attuale, senza la Rivelazione, rimanga incomprensibile a se stessa. Per lui, già la ragione naturale è quello che è per la presenza nell’uomo di una luce divina partecipata. Quindi la Rivelazione soprannaturale non la contraddice, ma è un suo compimento e perfezionamento. Negare quindi la propria adesione alla Rivelazione non significa essere fedeli alla ragione, ma rinnegarla nella sua natura più profonda: è sragionare: «Laonde colui che da una parte dichiara voler ammettere tutto ciò che gli dica d’ammettere la ragione naturale, e dall’altra pretende, prima ancora di averla ben consultata, d’escludere ogni atro lume superiore ch’associa colla ragione e la rinforza, manifestamente si contraddice» (ibid., p. 2).

Eppure, si possono condannare gli errori della cultura moderna, nei loro aspetti più vistosi e deleteri, e al tempo stesso accoglierne altri, credendo di poterli “assorbire” e neutralizzare, ma di fatto, invece, inquinando il concetto della verità oggettiva e sostanziale, e creando confusione anche al livello della fede, elaborando cioè un “tomismo” che non è tale, perché, pur facendo perno sul concetto dell’Essere, si discosta da san Tommaso nella cosa fondamentale: la centralità di Dio creatore sia sul piano dell’essere che su quello del conoscere, per elaborare un sistema nel quale idee tipicamente moderne e non cristiane, come il panteismo e una certa qual forma strisciante di ontologismo, e più in generale un primato del conoscere sull’essere, si insinuano, a dispetto della proclamata necessità che la ragione naturale sia illuminata dalla grazia divina e quindi che sia rigettato l’errore del razionalismo. Insomma, una filosofia dell’essere dove l’essere non è il motore e la ragione di tutto, ma si tratta piuttosto di un essere che passa attraverso le categorie della mente conoscente, e quindi di un essere che è più l’essere conosciuto che l’essere reale in sé, oggettivo e incontrovertibile: dunque una forma larvata d’idealismo più che il sano, robusto realismo di matrice aristotelica e tomista.

Questi aspetti contraddittori e insoddisfacenti, dal punti di vista della vera filosofia cristiana, presenti nel pensiero di Antonio Rosmini sono stati discussi e messi a fuoco con l’abituale chiarezza da don Curzio Nitoglia nel suo saggio Da Scoto a Suarez e Rosmini. I pericoli della falsa Metafisica, III parte, L’errore filosofico e l’eterodossia teologica rosminiana, dal quale ci piace estrarre alcuni passaggi notevoli (fonte: https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2011/11/09/da-scoto-e-suarez-a-rosmini-i-pericoli-della-falsa-metafisica-parte-terza-rosmini/):

Antonio Rosmini (+ 1885) ha voluto rinnovare la filosofia perenne, in crisi dopo l’epoca illuministica, non approfondendola e servendosi di essa per confutare la novità della modernità, ma tentando di dialogare e non di combattere, con la filosofia moderna, cartesiano-kantiana essenzialmente soggettivistica. Egli voleva ammodernare e aggiornare o adattare la tradizione cattolica in maniera eterogenea, tenendo conto delle nuove esigenze culturali (Cartesio e Kant) e desiderava non uno scontro con la modernità, ma un incontro tra cristianesimo e mondo moderno, contravvenendo all’ultima proposizione del Sillabo di Pio IX secondo cui “il Papa non può e non deve venire a patti col liberalismo, col progresso[ismo] e con il mondo moderno [o filosofia della modernità]”. Invece, la sua filosofia si avvale del ‘metodo sintetico’ kantiano, ossia opera una ‘sintesi’ tra l’essere reale e l’essere ideale (“l’idea di essere”) kantiano-idealista ed in ciò è un vero precursore del modernismo classico, condannato da S. Pio X, come spurio connubio di kantismo e dogma cattolico (Pascendi, 1907). Onde nel suo sistema filosofico il primato spetta – cartesianamente – all’idea o alla teoria della conoscenza (gnoseologia) e non alla realtà o metafisica dell’essere. Infatti, anche per il Roveretano viene, cartesianamente, prima il cogito e poi l’essere o il reale. L’essere rosminiano è chiamato più giustamente “idea di essere”, poiché egli applica all’essere dei concetti soggettivi o ‘a priori’. Come scrive padre Battista Mondin, Rosmini tentò «un difficilissimo dialogo con il pensiero post-cartesiano, intrinsecamente immanentistico. […], un incontro tra cristianesimo e mondo moderno. […] Diversamente da Aristotele e S. Tommaso […], Rosmini ricorre al metodo sintetico, […] come sintesi tra l’essere ideale e l’essere reale». Inoltre «Rosmini ritorna alla tesi classica [dell’essere, nda], ma la ripropone in un nuovo contesto che è quello di Kant. […] Rosmini è d’accordo sulla necessità che nella conoscenza ci sia un elemento ‘a priori’, che egli riduce alla sola idea di essere». In breve il rosminianesimo è un miscuglio di realismo e idealismo, antesignano del tomismo “trascendentale” o kantiano, di Joseph Maréchal e Karl Rahner, che di tomistico non ha più nulla, tranne il nome. Tuttavia, mentre Kant forniva alla conoscenza intellettiva un certo numero (dodici per l’esattezza) di categorie soggettive o ‘a priori’, l’idea di essere rosminiana è unica, innata nell’uomo e intuita da lui.

Inoltre il Roveretano confonde ente ed essere, come fossero sinonimi interscambiabili, onde capovolge la metafisica tomistica. Nega il valore delle cinque vie tomistiche (riprese e definite dogmaticamente dal Concilio Vaticano I, e perciò stesso infallibilmente, come capacità reale dell’intelletto umano di risalire – con certezza – dagli effetti creati alla Causa Increata e Creatrice, DB 1806) quanto alla dimostrazione dell’esistenza di Dio, per seguire l’argomento ontologico, che per S. Anselmo d’Aosta aveva solo un significato spirituale-apologetico, mentre lui ne fa un argomento filosofico in senso stretto e probante, passando dal concetto di Dio alla sua esistenza, ossia dall’ideale al reale. Per quanto riguarda gli attributi o i Nomi divini, segue la via apofatica o il nichilismo teologico maimonideo o di Dionigi (I Nomi di Dio) malamente interpretato, per il quale Dio è totalmente inconoscibile; mentre la filosofia perenne e il Dogma definito dal Vaticano I insegnano che la ragione umana, oltre l’esistenza di Dio, può conoscere non tutti, ma alcuni suoi attributi, perfezioni o ‘Nomi’ (Essere, Verità, Bontà, Bellezza) (…)

Il rosminianesimo – oggettivamente parlando – è “l’anti-tomismo” radicale e ribaltato. Vale a dire, Rosmini prende la propria ‘idea di essere’ per la realtà, onde la sua “filosofia” è una chimera o un ircocervo di idealismo-realista o una ‘sintesi’ kantiana di ideale e reale. Dal punto di vista teologico, idealizzando le formule dogmatiche, le trasforma e ne rende il significato non più oggettivo e reale, ma lo svuota sostanzialmente dall’interno, lo soggettivizza e ne cambia il senso in maniera modernizzante, lasciando intatte le apparenze o la forma accidentale estrinseca di esse.

Quindi, il sistema rosminiano – oggettivamente e sostanzialmente – è realmente un ‘enigma’ apparente, ma un errore reale dei più pericolosi, dacché altamente ingannatore, in quanto si cela sotto sembianze di “spiritualismo cristiano”, essendo invece un errore ontologista e panteista ben nascosto e camuffato, poiché espresso ‘quoad modum’ in maniera meno radicale e chiara del malebranchismo e giobertismo.

Il problema, comunque la si pensi riguardo al “mistero” di Rosmini, se egli sia o no, in un certo qual senso, nientemeno che il precursore del modernismo, esiste: di contro alla vera metafisica, alla vera ontologia e al vero spiritualismo, basati sulla permanenza, centralità ed eternità dell’Essere, non stanno solo l’immanentismo, il materialismo e il panteismo; ma ci sono anche una falsa metafisica, una falsa ontologia ed un falso spiritualismo, fondati sull’idea, talvolta esplicita, talvolta un po’ ambigua e strisciante, che l’essere diviene, è un processo, è una manifestazione, e che quindi anche Dio non è, ma diverrà e sarà. Idea che, per quanto strana la cosa possa sembrare, è tanto più pericolosa quando s’insinua all’interno della cultura cattolica, che non se si presenta a viso aperto dall’esterno, come nemica dichiarata: ad esempio quando la si trova in pensatori come padre Teilhard de Chardin o, appunto, sebbene in forma meno esplicita e clamorosa, in Antonio Rosmini. Il quale, come sacerdote e come uomo, pare fosse un santo; benissimo: ma se i santi sono filosofi, o matematici, o ingegneri, possono pure sbagliare, e magari, appunto perché santi, indurre anche altri a cadere in errore.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 08 Giugno 2022

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