domenica, 26 Giugno 2022
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Tornare al pensiero sano per tornare alla vita di Francesco Lamendola

Chi lo dice che è impossibile l’accordo tra “Fede e ragione”? I padroni della cultura dominante hanno posto inimicizia fra l’uomo e Dio, proprio come fece il serpente in Paradiso di Francesco Lamendola  

L’affermazione della dignità, ciascuna nel proprio ambito, della conoscenza fondata sulla ragione naturale e della conoscenza basata sulla Rivelazione, ossia illuminata dal soprannaturale, che si chiama grazia, è la cosa più bella cui sia pervenuta la filosofia europea, e il merito principale di ciò spetta al genio di san Tommaso d’Aquino, il Doctor angelicus. Provenienti entrambe da Dio, l’una – la ragione naturale – per via indiretta, come una possibilità offerta alla mente umana, l’altra – la Rivelazione – come un dono assolutamente gratuito, che premia il desiderio di sapere degli uomini di buona volontà – le due facoltà non possono contraddirsi, non possono smentirsi, non possono trovarsi minimamente in contrasto, perché originate dalla stessa fonte e dirette al medesimo fine: guidare l’uomo a conoscere, amare e servire Colui al quale egli e tutti gli enti sono debitori dell’esistenza.

E aver mostrato che l’essere è, in stesso, la perfezione di tutte le perfezioni, e che prima di essere in un certo modo, l’ente è, e la sua perfezione consiste nell’atto di esistere, e dunque nel fatto di possedere l’essere in atto e non solo in potenza – e sia pure di possederlo per partecipazione con il Creatore, che è l’Essere assoluto, atto puro senza alcuna residua potenza – è l’altro grande, impagabile merito del sommo filosofo, il quale ha mostrato che ogni ente, per il fatto di essere – non di essere in un certo modo, ad esempio grande o piccolo, nuovo o vecchio, e così via, ma soltanto di essere – costituisce una prodigiosa vittoria sul nulla del non essere. In altre parole: prima di essere bianco o nero o pezzato, il cavallo è; di solito si confonde il suo atto di essere con il suo essere cavallo, ma è un errore, quello di confondere la sua esistenza con la sua natura. La sua natura è la “cavallinità”, il fatto di essere cavallo; ma al di sotto di ciò vi è il dato originario, l’essere in quanto essere, l’atto di esistere e cioè di essere qualcosa anziché nulla: e il merito imperituro dell’Aquinate è aver fatto notare la differenza, che sfugge facilmente ad un osservatore superficiale,  e aver evidenziato che è dall’essere che si origina tutto, è nell’atto di essere che l’ente giunge alla massima perfezione rispetto alla potenza; e che se l’ente non avesse l’essere, se non fosse nell’atto di essere, il mondo non sarebbe neppure intelligibile, poiché noi pensiamo le cose in funzione della loro esistenza reale, anche nel caso in cui ci limitiamo a pensarle astrattamente, come si fa quando si ragiona per concetti.

E poiché fare filosofia è pensare per concetti, ossia astrarre da questo o quel cavallo, da questo  o quell’altro ente, e pensare l’ente in quanto tale, l’ente assoluto e indifferenziato, è evidente che fare filosofia, ossia indagare il reale alla luce della ragione naturale, significa presupporre l’essere, senza il quale nulla sarebbe pensabile, poiché la mente umana non è capace di pensare il nulla, né di pensare il reale – il che è lo stesso – come semplice possibilità, senza alcuna attuazione. Ora, l’atto di essere è un movimento attivo: ciò mostra che la mente umana non è un soggetto passivo di sensazioni e di conoscenze, come vorrebbero gli empiristi e i sensisti radicali, ma è ordinata a cogliere qualcosa che è in movimento, qualcosa che si muove e che si può cogliere solo muovendosi a propria volta, e ovviamente presupponendo l’esistenza di un motore che muove l’altro, senza essere mosso da alcuno. Se la mente fosse del tutto passiva, vale a dire mera potenza senza atto, come potrebbe elaborare i dati sensoriali e trasformarli in un pensare per concetti? Come potrebbe giungere dalla constatazione dell’acqua al concetto dell’acquaticità, e dalla constatazione della terra al concetto della terrestrità? Se ciò avviene, è perché la mente – al contrario di ciò che diceva Kant – si adegua all’oggetto del conoscere; e se tale oggetto è atto, ente che passa dalla potenza all’esistenza, allora anche essa, la mente, deve passare dalla potenza di poter conoscere all’atto effettivo del conoscere, il che implica appunto un movimento, un passaggio da uno stato a un altro, come la statua che prende forma, dalla materia informe, per opera della mano e dalla mente dello scultore.

Ma torniamo all’accordo di ragione e fede, al fatto che la ragione naturale, pur essendo cosa ben distinta dal dato della Rivelazione, nondimeno non è affatto in contrasto con essa, né potrebbe esserlo in alcun caso.

Scrive san Tommaso d’Aquino nella Summa contra Gentiles (I, q.7-8; traduzione di T. S. Centi, Torino, Utet, 1975, pp. 72-74):

Sebbene la verità della fede cristiana superi la capacità della ragione, tuttavia i principi naturali della ragione non possono essere in contrasto con tale verità. Infatti:

 1) I principi così innati nella ragione si dimostrano verissimi; al punto che è impossibile pensare che siano falsi. E neppure è lecito ritiene che possa esser falso quanto si ritiene per fede, essendo confermato da Dio in maniera così evidente. Perciò, essendo contrario al vero soltanto il falso, com’è evidente dalle loro rispettive definizioni, è impossibile che una verità di fede possa essere contraria a quei principi che la ragione conosce per natura.

2) Inoltre, le idee che l’insegnante suscita nell’anima del discepolo contengono la dottrina del maestro, se costui non ricorre alla finzione; ciò che sarebbe delittuoso attribuire a Dio. Ora, la conoscenza dei principi a noi noti per natura ci è stata infusa da Dio, essendo egli l’autore della nostra natura. Anche la sapienza divina possiede quindi questi principi. Perciò quanto è contrario a tali principi è contrario alla sapienza divina; e quindi non può derivare da Dio. Le cose che si tengono per fede, derivando dalla rivelazione divina, non possono dunque mai essere in contraddizione con le nozioni avute dalla conoscenza naturale.

3) Ragioni contrarie legano intelletto nostro al punto di non poter procedere alla conoscenza della verità. Perciò, se Dio ci infondesse conoscenze contrastanti, impedirebbe al nostro intelletto di conoscere la verità: ciò che non si può pensare di Dio.

4) Inoltre, ciò che è naturale non può essere mutato finché permane la natura. Ora, opinioni contrastanti non sono compatibili nel medesimo soggetto. Dunque non è possibile che Dio infonda nell’uomo un’opinione, o una fede, incompatibile con la sua conoscenza naturale. Di qui le parole dell’Apostolo: «il messaggio è vicino, nella tua bocca e nel tuo cuore, cioè il messaggio della fede che vi predichiamo» (Rom., X, 8) Ma poiché le verità di fede superano la ragione, alcuni sono portati a considerarle ad essa contrarie; il che è impossibile. […]

Da ciò si ricava con chiarezza che tutti gli argomenti addotti contro gli insegnamenti della fede non derivano logicamente dai principi primi naturali noti per se stessi. E quindi essi non hanno valore di dimostrazioni; ma o sono ragioni soltanto dialettiche, o addirittura sofistiche, e quindi si possono sempre risolvere.

Si deve osservare che le cose sensibili, dalle quali la ragione umana desume la conoscenza, conservano in sé un certo vestigio della causalità divina, però così imperfetto da essere del tutto insufficiente a manifestare la natura stessa di Dio. Infatti gli effetti conservano in una certa misura la somiglianza con la loro causa, perché ogni agente produce una cosa a sé somigliante, ma l’effetto non sempre raggiunge una perfetta somiglianza. Perciò la ragione umana nel conoscere le verità di fede, che possono essere evidenti soltanto a coloro che contemplano l’essenza di Dio, è in grado di raccoglierne certe analogie, che però non sono sufficienti a dimostrare tali verità o a comprenderle per intuizione intellettiva. Tuttavia è proficuo per la mente umana esercitarsi in tali ragionamenti, per quanto inadeguati, purché non si abbia la presunzione di comprendere o di dimostrare.

È questa una pagina esemplare per chiarezza, coerenza e linearità: ed è una pagina fra le più importanti nella storia del pensiero. Qui la speculazione di san Tommaso raggiunge una vetta: i moderni non hanno avuto l’umiltà di riconoscerla e si sono affannati a contraddirla, senza avvedersi che Tommaso aveva brillantemente confutato in anticipo le loro obiezioni, mettendo il dito sulla piaga giusta del pensiero ateo ed agnostico: tutti gli argomenti addotti contro gli insegnamenti della fede non derivano logicamente dai principi primi naturali noti per se stessi. E quindi essi non hanno valore di dimostrazioni; ma o sono ragioni soltanto dialettiche, o addirittura sofistiche, e quindi si possono sempre risolvere. È solo orgoglio quel che spinge i Kant, gli Hegel e gli Heidegger a rifiutare l’impostazione di san Tommaso e a rimettere tutto in discussione, non per giungere a un risultato costruttivo, ma semplicemente per contraddire l’accordo sostanziale tra fede e ragione; poiché chi è animato da un folle orgoglio non può ammettere tale accordo e deve per forza avanzare riserve e obiezioni, anche palesemente sofistiche, pur di tenere il punto: che tra fede e ragione c’è un abisso incolmabile; che o si crede, o si ragiona; che la metafisica è indimostrabile e bisogna contentarsi di come la cosa appare, rinunciando a ogni pretesa di cogliere la cosa in sé. Solo a tali condizioni ci si può ritagliare – in modo fittizio, è chiaro – uno spazio di completa indipendenza dall’Essere e fingere di possedere l’essere, anziché di averlo per partecipazione, in altre parole di non riconoscersi creature ma pretendere di essere qualcosa di più del proprio statuto ontologico, e di fare i conti alla pari con Dio, magari sostituendosi a Dio.

Oggi tale malvagia pretesa si palesa sempre di più e assume le forme, sempre più definite, di un mostruoso, delirante progetto globale, che vorrebbe sostituire alla natura, opera di Dio, una trans-natura, opera dell’uomo, mediante la quale dominare i viventi e farsi signore insindacabile del bene e del male, ad esempio stabilendo quanti e quali esseri umani hanno il diritto di vivere e quanti, giudicati bocche inutili, devono essere eliminati. È un fatto che molti non hanno ancora compreso, pur dopo tutto quel che è accaduto e continua ad accadere, che dietro i volti anonimi, banali e quasi inoffensivi dei pedestri esecutori di tale disegno, dagli statisti agli amministratori pubblici, dai medici ai magistrati e dai giornalisti ai responsabili della scuola e dell’università, si celano il ghigno del demonio e la diabolica volontà d’indurre gli uomini a sottoscrivere un patto infernale, accettando il male in cambio di un’illusoria difesa della vita contro un virus inafferrabile, che nessuno scienziato ha isolato, e la cui pericolosità è oggetto di speculazioni e induzioni; mentre le vittime – assolutamente reali – vengono per la maggior parte da terapie volutamente sbagliate e procedimenti sanitari che hanno del pazzesco e del criminale.  Il lato oscuro di tale operazione consiste nel fatto che le famose inoculazioni sono state pensate, volute e attuate da forze anticristiche al preciso scopo di rendere gli uomini corresponsabili d’un crimine atroce: l’assunzione di un preteso farmaco – che farmaco non è, visto che si trova ancora allo stadio sperimentale e vista l’enorme incidenza di reazioni avverse, ancorché tenuta nascosta all’opinione pubblica dai mezzi d’informazione prezzolati e menzogneri, che da sola avrebbe dovuto decretarne il carattere erroneo e fallimentare – e che si configura, in tutto e per tutto, come strumento di adorazione del demonio, dato che si fonda sul sacrificio di feti umani, destinati a svolgere la funzione di vittime innocenti deliberatamente offerte al signore delle tenebre.

A tali aberrazioni siamo giunti per gradi. E l’imbarbarimento progressivo del pensiero, unito alla desensibilizzazione  della coscienza, che ora si manifesta in un nuovo tipo di “tecnico”, sia esso un politico o un medico, il quale non prova alcuna empatia per i propri simili e decreta con la massima freddezza la soppressione, di fatto, dei più deboli, ricoprendo tale orrendo agire dietro la maschera ipocrita d’una proclamata volontà di difendere appunto i più deboli per mezzo delle inoculazioni di massa – è stato condotto secondo un’agenda precisa, studiata e portata avanti nel corso dei decenni e dei secoli, al fine di demolire, una dopo l’altra, le colonne del sano pensare e della fede nel vero Dio, per sostituire ad esse l’opacità e la nebulosità di un pensiero confuso, contraddittorio, delirante, incomprensibile nella sua irrazionalità. Un pensiero il cui peccato d’origine è la dismisura del soggetto pensante, la superbia luciferina dell’uomo che vorrebbe farsi dio. In quest’ottica, tornare al pensiero di san Tommaso d’Aquino significa tornare ad abbeverarsi alle fonti limpide e pure della sana ragione naturale in accordo, e non in opposizione, con la fede nel vero Dio. Se infatti ragione e fede fossero in disaccordo, come potrebbe l’uomo ritrovare la verità e come potrebbe essere felice? L’uomo moderno è confuso e infelice proprio perché è stato addestrato a ritenere impossibile un simile accordo: ma chi lo dice che è impossibile? Se lo è sentito dire e ripetere da tutti i pulpiti, partendo dai banchi di scuola e arrivando fino ai salotti televisivi: ma è un sofisma di cattivi filosofi, per i quali ciò che è superiore alla ragione – la Rivelazione divina – deve per forza essere contrario ad essa. I signori del mondo, padroni anche della cultura dominante, hanno posto inimicizia fra l’uomo e Dio, proprio come fece il serpente nel paradiso terrestre. Ma noi non dobbiamo prestarci…

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 07 Giugno 2022

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