domenica, 26 Giugno 2022
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Krishnamurti: un perfetto ‘maestro’ per il N.W.O di Francesco Lamendola

Krishnamurti: un perfetto ‘maestro’ per il N.W.O. Egli negava recisamente che la verità si possa apprendere e tuttavia non faceva altro che predicare “la sua idea di verità”. Lo strano sodalizio con Huxley, precursore di Schwab di Francesco Lamendola  

Jiddu Krishnamurti (1895-1986) è stato senza dubbio uno dei più noti e influenti maestri spirituali di matrice teosofica e induista, anche se lasciò sia la teosofia che l’induismo per farsi propagandista a tutto campo di una non ben precisata filosofia della libertà, il cui nucleo risiede in una riforma interiore di ogni singolo uomo al fine di creare un mondo migliore. Adottato, da ragazzino, da Annie Beasant, erede di H. P. Blavatsky nella direzione della Società Teosofica, e allevato con il folle obiettivo di farne il “Maestro del Mondo”, destino al quale egli ebbe il buon senso di sottrarsi, nondimeno nella sua concezione dell’uomo e nella sua attività di predicazione instancabile nei cinque continenti portò avanti un’idea di consapevolezza tipicamente induista, precisamente del Vedanta, e tipicamente teosofica: rigenerare il mondo mediante l’acquisizione di una nuova consapevolezza cosmica da parte dell’individuo, grazie al superamento della dualità e alla coscienza dell’unità fondamentale del Tutto. E poiché, verso la metà del XX secolo e anche in seguito, gli scienziati, e specialmente i fisici di Los Alamos, forse perché tormentati da segreti sensi di colpa per aver dato il contributo determinante all’uso bellico dell’energia nucleare, andavano in cerca di una spiritualità che fosse compatibile con la fisica quantistica, nacque uno strano sodalizio fra Aldous Huxley, il precursore dei vari Klaus Schwab e dei nostri ministri della transizione ecologica e transumana, e Krishnamurti, il quale negava recisamente che la verità si possa apprendere e tuttavia non faceva altro che predicare la sua idea di verità.

Ecco, a mero titolo di esempio del suo pensiero, ciò che egli afferma a proposito della realtà e a proposito di Dio – un estratto della sua lunga risposta alla domanda su chi o su che cosa è Dio – nel volume La prima ed ultima libertà, con prefazione di Aldous Huxley (titolo originale: The First and Last Freedom, 1954; traduzione dall’inglese di Renato Pedio, Roma, Ubaldini Editore, 1969, pp. 204-205):

Mi chiedete di dirvi che cosa sia la realtà. Si può mettere in parole l’indescrivibile? Si può misurare qualcosa d’incommensurabile? Si può racchiudere il vento nel pugno? E se lo fate, sarà poi il vento? Se misurate quanto è incommensurabile, è forse questa la realtà? Senza dubbio no, poiché nel momento stesso in cui descrivete qualcosa di indescrivibile, cessa di essere reale. Nel momento in cui si traduce l’inconoscibile nel noto, cessa di essere l’inconoscibile. Eppure, è questo che bramiamo. Continuamente, vogliamo SAPERE, perché allora potremo continuare, esser capaci, crediamo, di catturare la felicità ultima, l’immutabile. Vogliamo sapere perché non siamo felici, perché lottiamo miserabilmente, perché siamo esausti, degradati. Eppure, anziché renderci conto del semplice fatto – del fatto che siamo DEGRADATI, che siamo sordi, esausti, in tumulto – vogliamo scostarci da ciò che è noto verso l’ignoto, che torna ad essere il noto; e in tal modo non troveremo mai la realtà.

Perciò, anziché chiedere chi abbia compreso o che cosa sia Dio, perché non consacrare tutta la nostra attenzione e consapevolezza a ciò che È? Così troverete l’ignoto, o, piuttosto, esso verrà a voi. Se comprenderete il noto, sperimenterete quello straordinario silenzio che non è indotto dall’esterno, non è imposto, quel vuoto creativo nel quale soltanto potrà entrare la realtà. Essa non potrà penetrare in chi stia DIVENENDO, stia lottando; potrà accostarsi  soltanto a ciò che È, a chi comprende ciò che È. Vedrete, allora, che la realtà non è lontana; l’ignoto non è distante; è in ciò che È. Come la risposta ad un problema sta nel problema, così la realtà è in ciò che È; se potremo comprenderlo, conosceremo la verità.

È estremamente difficile esser consapevoli della sordità, dell’avidità, della cattiva volontà, dell’ambizione e così via. Il fatto stesso di essere consapevole di ciò che È, è verità. È la verità che libera, non il nostro sforzo per liberarci. Così la realtà non è lontana, ma noi la collochiamo remotissima, perché cerchiamo di usarla come mezzo per perpetuare il sé. Essa è qui, ora, nell’immediato. L’Eterno, ovvero ciò che è fuori del tempo, è ora; e questo “ora” non potrà comprenderlo chi sia preso nella rete del tempo. Liberare il pensiero dal tempo esige azione, ma la mente è pigra, indolente, e pertanto si crea interrottamente impedimenti nuovi. Liberarsi sarà possibile mediante la retta meditazione, che significa azione completa, non un’azione continua; e l’azione continua potrà venir compresa soltanto quando la mente comprenderà il processo della continuità, cioè della memoria: non la memoria fattuale, ma quella psicologica. Finché la memoria funziona, la mente non potrà comprendere ciò che È. Ma la nostra mente, il nostro intero essere diviene straordinariamente creativo, passivamente vigile, quando si comprende il significato della fine, perché nella fine è rinnovamento, mentre nel continuare è morte, decadimento.

Lo stile delle risposte di Krishnamurti è assolutamente tipico, e questa breve pagina è uno spaccato fedele di tutto il suo modo di procedere, che si ripete sempre uguale a se stesso, senza ombra di evoluzione; come tipico è lo stile delle domande. Che cosa significa chiede che cos’è la realtà? È una domanda studiata apposta per consentire al guru di NON rispondere, ma al tempo stesso di fare sfoggio di tutto il suo armamentario retorico e di far colpo sul pubblico con frasi suggestive, dal sapore vagamente sapienziale: Si può mettere in parole l’indescrivibile? Si può misurare qualcosa d’incommensurabile? Si può racchiudere il vento nel pugno? E se lo fate, sarà poi il vento? Se misurate quanto è incommensurabile, è forse questa la realtà? Questo modo di procedere è apofatico: si può dire cosa la realtà non è, ma non si può dire cosa è: se si tenta di farlo, si stringe il nulla fra le dita, perché la realtà è inafferrabile e inesprimibile. Come dire: voi occidentali, con la vostra pretesa di definire tutto: ma lo volete capire che le cose essenziali sono indefinibili, che non esistono le parole per dirle? Peccato che la vera filosofia debba fare proprio questo: definire le cose, partendo dalla definizione delle parole. Parlare del vento nel pugno e simili significa fare esercizio di poesia, non di filosofia. Ora, capita un genio, ogni mille anni, che sa fare ad un tempo sia poesia che filosofia: come nel caso di Nietzsche, e più precisamente dello Zarathustra (il che non vuol dire che sia anche buona filosofia), ma la regola è che si tratta di due forme di conoscenza profondamente diverse: l’una basata sul ragionamento logico, e dunque sulla parola che definisce,  l’altra sulla evocazione, e dunque sulla parola allusiva ed evocatrice. Quella di Krishnamurti non è filosofia; se sia poi buona poesia, è questione di opinioni; di certo vi è una discreta dose di retorica, non priva d’istrionismo.

Secondo Krishnamurti, dovremmo fermarci alla constatazione che siamo degradati, e non chiederci perché, ma semplicemente prenderne atto. A suo dire, chiedersi il perché di una cosa e andare alla ricerca della risposta è un modo per scantonare di fronte alla realtà: la quale a noi domanda solamente di essere accettata, di essere accolta. E già qui a noi pare che ci sia una grossa ambiguità, perché non si capisce bene se egli stia parlando della realtà oppure della verità: due concetti ben distinti, i quali possono coincidere, ma solo a conclusione di un certo percorso e non come dato iniziale auto-evidente. Infatti voler sapere e voler conoscere qual è la verità non è la stessa cosa di voler sapere e voler conoscere cosa è la realtà: la realtà è un dato oggettivo del quale siamo parte, la verità è il giudizio che noi diamo sulla realtà, quando è conforme ad essa; se non lo è, allora si tratta di un giudizio erroneo, e dunque non della verità, ma del contrario di essa. Insomma la realtà è quella che è, oggettivamente (metafisica dell’essere); la verità è l’accordo del nostro giudizio con la cosa, dunque una forma (gnoseologica) del conoscere.

Secondo Krishnamurti, non vale la pena chiedersi chi è che domanda e che comprende, e neppure chi o cosa sia Dio: sono problemi troppo grandi per noi, e al tempo stesso sono troppo astratti, e dunque non ci riguardano più di tanto, o meglio non ci riguardano affatto. Dovremmo invece, a suo dire, concentrarci su ciò che è: espressione piuttosto criptica, che non diviene più chiara per il fatto che egli la ripete tre o quattro volte nello spazio di pochissime righe. Fedele all’impostazione generale dell’Advaita-Vedanta, ossia del Vedanta non duale, Krishnamurti vuole andare oltre la banale ed estrinseca distinzione del soggetto e dell’oggetto: non è il caso di perdere tempo con simili sciocchezze, ad esempio domandarsi chi è che formula le domande o cosa sia Dio; quel che importa è immergersi in ciò che è, nel grande flusso del reale, senza interrogarlo in maniera astratta: il reale è il nostro essere qui e ora, anzi, il nostro sentirci parte del tutto, perché a questo mira la sua linea di ricerca: abbattere le frontiere dell’io e raggiungere la pienezza (o la vacuità, a seconda di come si considera il concetto del Nirvana). Inoltre egli aggiunge il concetto che la verità non può penetrare in chi sta cercando, perché costui è in movimento, mentre la realtà si lascia cogliere solo da chi fa in sé una sorta di “vuoto creativo”, così egli lo chiama, nel silenzio della contemplazione. Ancora una volta, parole a effetto, ma solo parole: il vuoto è vuoto e basta, dunque assoluta passività e assenza di movimento; ma la creazione è movimento per definizione: pertanto il concetto di vuoto creativo è un ossimoro, una contraddizione in termini. E allora torna la domanda: per cogliere la realtà bisogna essere “vuoti” oppure “creativi”? Perché una cosa esclude l’altra; a meno di ammettere concetti come il liquido asciutto o il gelido calore. Per cui, stiamo facendo poesia o stiamo facendo filosofia?

Secondo Krishnamurti, è cosa molto difficile essere consapevoli dei propri stati e delle proprie disposizioni interiori: il sordo, di regola, non riconosce la propria sordità, l’avido non riconosce la propria avidità, né l’ambizioso la propria ambizione, ecc. Secondo lui, la sola via certa per giungere alla verità è il fatto di essere consapevoli di ciò che si è. Ora, a parte il fatto che, se così stanno le cose, la sola verità che noi possiamo conoscere è la nostra verità interiore, e nulla invece possiamo conoscere del mondo e degli altri enti; ma soprattutto, come si arriva al riconoscimento di ciò che si è, dopo aver affermato che riconoscersi per ciò che si è rappresenta la più grande difficoltà possibile? Qui c’è una strozzatura, un circolo vizioso, una contraddizione. O si ammette che è possibile giungere alla verità mediante la consapevolezza, oppure lo si nega e ci si accontenta di vivere nel quotidiano, senza porsi domande insolubili. Altrimenti è come se si dicesse: «Questo problema non ha soluzione; se lo vuoi risolvere, devi solo accettare che il problema è qui, davanti a te: e allora capirai, senza ulteriore sforzo; tutto ti si rivelerà chiaro, forse anche il fatto che non c’era alcun problema». Troppo facile, troppo comodo: almeno ad una mente allenata a pensare in maniera logica e consequenziale, come capita agli eredi della filosofia di Aristotele e san Tommaso: può darsi che ad altre menti, cresciute e allenate sotto altri orizzonti filosofici, la cosa appaia invece chiarissima.

A proposito di consequenzialità logica, si prenda la frase: L’Eterno, ovvero ciò che è fuori del tempo, è ora; e questo “ora” non potrà comprenderlo chi sia preso nella rete del tempo. Eppure noi, esseri umani dotati di un’anima, ma anche di un corpo, siamo presi appunto nella rete del tempo: fa parte della nostra condizione terrena. E allora, come possiamo capire che l’Eterno è qui e ora? Se l’Eterno è fuori del tempo, come possiamo averne nozione? Noi non siamo, fino a prova contraria, fuori del tempo; siamo nel tempo: se fossimo fuori, saremmo Dio, perché solo Dio è fuori del tempo e creatore del mondo nella dimensione del tempo. E ancora: Liberare il pensiero dal tempo esige azione, egli dice; ma non aveva appena affermato che la realtà non può farsi strada in colui che è in divenire? E l’azione non è forse un divenire, cioè passare da uno stato a un altro stato per mezzo d’un movimento? Allora egli distingue fra due tipi di azione, l’azione completa e l’azione continua: buona la prima, perché avvicina alla realtà, cattiva la seconda, perché allontana da essa. È chiaro che il suo senso della logica non funziona come il nostro: i suoi discorsi possono soddisfare un pubblico dal palato grosso, anche un pubblico di livello accademico, ad esempio un certo tipo di scienziati (gli amici di Huxley) i quali da tempo vanno in cerca di una teoria unificata fisico-spirituale (“spirituale” fra virgolette), per coniugare la teoria della relatività generale e l’universo quantistico con il misticismo o lo pseudo-misticismo di pretesi maestri come Krishnamurti, ma anche come Bhagwan Shree Rajneesh, o Carlos Castaneda, senza dimenticare le Blavatsky e le Besant o i vari Steiner, magari passando per Gurdijeff e Ouspensky. L’offerta è molto ricca: c’è l’imbarazzo della scelta. L’importante è che la scienza di quei signori s’incontri a mezza strada con quel tipo di spiritualità: mai e poi mai con quella cristiana. Del discorso di san Tommaso d’Aquino sull’autonomia e la concordanza di ragione e fede non vogliono sentir parlare: ma se si tratta di trovare un gentlemen’s agreement col misticismo di Krishnamurti, di teosofi e antroposofi, di gnostici e cabalisti, allora sì che la meta è allettante e merita che si faccia ogni sforzo.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 09 Giugno 2022

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