domenica, 26 Giugno 2022
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Quattro passi nell’orrore dell’arte contemporanea di Francesco Lamendola

Perchè non abbiamo più il diritto di esprimere quel che è bello, vero e buono secondo il nostro istinto naturale, ma dobbiamo sottostare alle categorie della cultura dominante? di Francesco Lamendola 

Caro ragazzo che ami le arti figurative e che, forse, sogni di diventare un artista anche tu, permettimi di farti fare quattro passi nel giardino dell’arte contemporanea: voglio condurti per mano a vedere coi tuoi occhi quelle opere che i tuoi professori ti hanno detto essere capolavori, d’accordo del resto con gli autori dei manuali scolastici, per cui ti sei abituato a guardarle in un certo modo, con un istintivo senso di rispetto e ammirazione, che non nasce affatto da un tuo giudizio e tanto meno da un tuo ragionamento, ma solo e unicamente dall’addestramento (o dall’indottrinamento) al quale sei stato sottoposto.

Devi sapere, infatti, che di solito noi non vediamo le cose come sono: i sensi fanno il loro dovere e rinviano le immagini al cervello nella maniera giusta; ma qui succede una cosa strana: poiché la mente è già stata addestrata, esplicitamente o anche in maniera tacita e sottintesa, a trovare “bello”, “grande”, “geniale” ciò che vede, invece di vedere spassionatamente, vede in una luce particolare: la luce del giudizio – non suo – che su quelle cose è stato proiettata dai padroni della cultura odierna. Perché devi sapere che anche la cultura, come tutto il resto, in una società liberale/libertina/liberista come la nostra, ha dei padroni, perlopiù occulti: almeno quando si tratta della sostanza e non dell’apparenza del potere.

Il bello è che quegli stessi insegnanti ti dicono e ti ripetono continuamente che non si devono avere dei pregiudizi nei confronti di niente e di nessuno; che i pregiudizi sono la cosa più brutta che ci sia; e che per diventare persone mature e responsabili bisogna essere aperti e dialoganti, avere la mente sgombra da preconcetti e non lasciarsi influenzare, mai, in nessun caso. Eppure, è proprio quello che fanno tutto il giorno, tutti i giorni: indottrinano gli studenti e li premiano con un bel voto se ripetono la lezioncina così come loro gliel’hanno scodellata, o magari ripetendo per filo e per segno le pagine del libro, come se l’avessero imparata a memoria; ma castigandoli, sia con brutti voti, sia con continue allusioni, motti pungenti e punzecchiature, a volte assai sgradevoli, se si permettono di dissentire, di pensare con la propria testa e di scostarsi dalla sacra vulgata, stabilita, approvata e intronizzata dalla cultura dominante.

E adesso, partiamo. Tuttavia, siccome non posso portarti in giro per i musei e le gallerie di tutte le città del mondo, o anche solo d’Europa, per non dire della strana pretesa di alcuni Stati di esigere una certa carta verde per far entrare la gente in quei luoghi, oltre che salire sui treni e sugli aerei, per avere la quale è necessario sottoporsi a una violenza sanitaria inaudita, facendosi inoculare un siero sperimentale che non dovrebbe neanche essere in commercio, se le leggi fossero applicate: prendiamo il tuo libro di storia dell’arte e sfogliamolo guardando le illustrazioni. Vedo che è molto riccamente illustrato, che la parte illustrativa è assai ben sviluppata e molte opere sono riprodotte non troppo in piccolo, per giunta con una buona qualità dei colori: così, consoliamoci, sarà come ammirare quelle opere nelle rispettive sedi. E non credere di perderci nel cambio: per vedere bene un soffitto affrescato di un chiesa, a trenta metri d’altezza e con le ombre proiettate sulle superfici, ci vorrebbe una vista d’aquila, quale forse neppure Zeus possedeva: alla fine dei conti studiare la storia dell’arte sulle pagine d’un buon libro illustrato è quasi meglio che sobbarcarsi viaggi faticosi e dover tirare gli occhi in condizioni poco favorevoli di visibilità, per non parlare del fastidio causato dalla ressa (per vedere la Gioconda, al Louvre, bisogna fare la fila e ovviamente non ci si può trattenere più di qualche secondo). Oppure possiamo proiettare delle diapositive e soffermarci quanto vogliamo su ciascuna di esse, prendendoci tutto il tempo necessario per osservare e valutare ogni particolare. Anche questo è un buon metodo. Allora, sei pronto? Stabiliamo anzitutto una data di partenza: i primi anni del XX secolo. È a partire da quel momento che si entra nella galleria degli orrori, come fra poco vedrai; anche se le radici del male risalgono a molto, molto prima.

Dunque, partiamo dagli impressionisti tedeschi.

– Ecco Ernest Ludwig Kircher: le sue Due bagnanti (1910) sono semplicemente orribili: deformi i corpi, oscena la postura, allucinanti i colori. Così anche le Cinque donne per la strada (1913): grotteschi spaventapasseri verdastri gettati in uno spazio vuoto, assurdo.

– La Ballerina di Emil Nolde (1913) è all’altezza – o alla bassezza – dei corpi femminili di Kirchner: si direbbe che questi artisti nutrano un crudele disprezzo verso la donna (il loro capostipite, il norvegese Edvard Munch, non era certo stato da meno nel dipingere la sua Modella parigina (1896) che suscita un misto di pena e ribrezzo, con quel corpo repellente che pare quello di un tragico fantoccio, di un pagliaccio da circo.

– Ma il fondo, nella rappresentazione della nudità femminile, lo tocca Egon Schiele: il suo Torso nudo inginocchiato (1917), e si noti il titolo, questo è un “torso”, non una donna, suscita un ribrezzo incontenibile; e disgustosi sono l’uomo e la donna nel suo Abbracio (1917), che non solo non ha nulla di sanamente sensuale, ma sembra piuttosto un congiungimento carnale fra due demoni o fra due agonizzanti.

– Ora siamo davanti a un “capolavoro” del grande, grandissimo, geniale Picasso: Les demoiselles d’Avignon (1907), manichini spezzati, assemblati e allineati in puro stile cubista: sguardi vuoti, fissi, assenti, che accentuano l’impressione di disumanità; le due “donne” sulla destra, poi, somigliano decisamente, specie nei volti, a delle creature infernali, uscite da un incubo o da un racconto di H. P. Lovecraft.

– Il Ritratto di Picasso o l’Omaggio a Picasso di Juan Gris (1912) è la degna celebrazione di un tale artista: la figura umana, e soprattutto il volto, sono scomposti e moltiplicati come in un orrendo gioco di specchi, che distrugge non solo e non tanto il senso dell’unità della persona, quanto la sua intrinseca nobiltà e dignità. L’uomo non è più la creatura prediletta da Dio, fatto a sua immagine e somiglianza, ma un automa scomponibile nelle varie parti, un assemblaggio di pezzi, un gioco di qualche divinità capricciosa e beffarda.

– Marcel Duchamp, quello del famoso Orinatoio spacciato per opera d’arte (e talvolta pudicamente chiamato Fontana) ha pensato bene di mettere i baffetti alla Gioconda, intitolando questa bellissima trovata L.H.O.O.Q. (1919) e iniziando quel filone di pseudo arte che consiste nel prendere un capolavoro del passato e appiccicarvi sopra qualche particolare irriverente: la firma dell’idiota che si rode d’invidia nei confronti dei veri artisti e, sputando sulle loro opere, pretende d’aver fatto cosa più carina e interessante dell’originale.

– Sullo stesso versante si muove Man Ray con Le violon d’Ingres, parodia della Bagnante di Valpinçon di J.A.D. Ingres: alla fotografia di una modella col turbante, seduta di spalle e con le braccia nascoste, ha sovrapposto, all’altezza dei reni, due chiavi di violino, come a sancire la trasformazione del corpo femminile in uno strumento musicale. Una cosa d’una originalità suprema, da lasciare a bocca aperta: neppure Aristotele, Leonardo ed Einstein, unendo i loro sforzi, avrebbero saputo creare un simile portento.

– La vestizione della sposa di Mex Ernest (1940) è semplicemente ripugnante: il corpo della donna, ritratto in una nudità disgustosa, è seminascosto da un mantello che “culmina” in una testa di gufo o di civetta, che si sostituisce interamente al volto di lei; le figure laterali sono ancor più agghiaccianti, dall’uccello antropomorfo che la minaccia con una lancia, versione moderna del mito di Cupido, al mostriciattolo ermafrodito piangente, con due paia di seni, un ventre obeso, un sesso maschile e un braccio che diventa una sorta di gelatina penzolante.

– Con Salvador Dalì si discende, se mai è possibile, in un girone ancor più basso: la sua troppo celebrata Costruzione molle con fave bollite: presagio di guerra civile (1936) riduce i corpi umani a lacerti smembrati e irriconoscibili, a monconi ributtanti e ghignanti; se l’inferno non è così, di certo gli deve somigliare.

– Che dire del Ritratto del ballerino Alexander Sacharoff di Alexei von Javkenskij (909)? È un’opera che oggi senza dubbio incontra l’approvazione di vasti settori della cultura, poiché la smorfia ammiccante del soggetto, tra perfida e sensuale, che a prima vista parrebbe semplicemente quella di una donna brutta e viziosa, possiede il valore aggiunto dell’ambiguità sessuale. Dieci e lode in nome del politicamente corretto.

Dobbiamo proseguire? Dobbiamo spostarci nell’ambito della scultura, oppure, meglio ancora, dell’architettura? Dobbiamo passare in rassegna i capolavori delle odierne archistar, che rendono i paesaggi urbani simili a quelli di certi romanzi o film di fantascienza distopici, ossia dei paesaggi ideati da menti sadiche che provano piacere a far vivere male, nella bruttezza e nell’angoscia, i disgraziati abitanti di quelle città?

Crediamo non ce ne sia bisogno: basta scendere in strada per averne un qualche saggio in sedicesimo. Anche nella cittadina di provincia più modesta, un’amministrazione comunale progressista e  massonica ha pensato bene di “abbellire” la piazza centrale con qualche bruttura, con qualche deformità, con qualche fontana o figura che a tutto fanno pensare, tranne alla serenità, alla salute e soprattutto ad una vita normale.

E adesso tira le somme da solo, caro ragazzo. Ti sei abituato a considerare queste opere come legittime e naturali espressioni dell’arte moderna: le hai sempre considerate in questa luce, e nessun professor, nessun libro di testo ti hanno mai suggerito prospettiva differente. Ora te la suggerisco io: libera la mente e il cuore da ciò che ti hanno detto e limitati a lasciar parlare le tue emozioni, il tuo giudizio estetico, il tuo senso del bello: dimenticati che Picasso è un mostro sacro, e poi dimmi sinceramente che effetto ti fanno le Demoiselles d’Avignon. Probabilmente hai sempre percepito la loro laida bruttezza, ma sapevi bene che il tuo professore di storia dell’arte non avrebbe accettato un tale giudizio da parte tua; ti avrebbe detto che sei tu a non capire, che l’arte contemporanea pretende dal pubblico un salto di qualità, e in particolare che abbandoni l’idea – antiquata e reazionaria – dell’arte bella; che l’arte deve essere testimonianza e non ha lo scopo di dilettare, ma di far pensare: e tu, ben conscio di ciò, ti sei guardato bene dall’esprimere il tuo vero pensiero e hai assecondato le sue aspettative. Le sue e – in apparenza – quelle di tutti gli altri. Chi oserebbe dire in pubblico, in mezzo ad un pubblico qualunque, qualificato o no, che le modelle di Egon Schiele sono repellenti? E chi oserebbe dire che La pianista di Elfriede Jelinek (un premio Nobel per la letteratura!) è un brutto libro, dal quale è stato tratto un bruttissimo film? Perché il discorso, evidentemente, si allarga alla poesia, alla letteratura, al teatro, al cinema. In ogni caso, ci sono i tecnici, gli esperti, ossia i critici d’arte, i critici letterari, quelli cinematografici, i quali detengono il potere di stabilire ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che  vero e ciò che è falso, ciò che è buono e ciò che è cattivo. Possono tranquillamente capovolgere il normale giudizio dei normali esseri umani et voilà, il gioco è fatto: il gregge, per paura del ridicolo, tace e annuisce.

Siamo tutti, caro ragazzo, sotto ricatto. Non abbiamo più il diritto di esprimere quel che è bello, vero e buono secondo il nostro istinto naturale: dobbiamo sottostare alle categorie e ai giudizi della cultura dominante. E la cosa più grave è che non solo essa esalta i peggiori, attuando una vera e propria selezione all’incontrario; ma occulta o minimizza gli altri, i buoni, nel nostro caso gli artisti autentici. Come il tuo professore di filosofia ti ha parlato per ore e ore di Marx e Freud, ma ha sbrigato san Tommaso d’Aquino in un paio di lezioni, così quello di letteratura ti ha riempito la testa con La coscienza di ZenoQuer pasticciaccio brutto di via Merulana e Ragazzi di vita per farti credere che nessuno ha scritto opere più sublimi di Italo Svevo, Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini; ma senza dubbio non ti ha mai nominato il Diario di un parroco di campagna di Nicola Lisi, L’Andreana di Marino Moretti o I giorni del ciliegio di Tito Casini (che forse non conosce lui stesso, o non si è mai degnato di leggerli). Ebbene, la stessa cosa avviene nell’ambito delle arti figurative. Ti riempiono la testa coi loro Nolde, Schiele, Duchamp e Man Ray: ma si guardano bene dal dirti che prima della Seconda guerra mondiale c’è stata una straordinaria fioritura di pittori che, come un ultimo canto del cigno, hanno provato a rimettere il gusto del pubblico sui binari del bello, del vero e del buono. Ma poi sono arrivati i “liberatori”, con il cinema di Hollywood e le canzoni americane: e nel giro di settant’anni sono riusciti a fare di noi, del popolo che ha prodotto Dante, Giotto, Leonardo e Michelangelo, un popolo di perfetti analfabeti e di scimmie ammaestrate, che bevono Coca Cola e s’ingozzano di bistecche da McDonald’s.

Coraggio: bisogna ripartire da zero. Ma tu, che sei giovane, puoi farcela: devi solo aprire gli occhi. Essi non vogliono che tu li apra: anche per mezzo dell’arte mostruosa spacciata per bella, puntano al loro scopo, quello di sottomettere la gente. Cosa tanto più facile, quanto più essa è inconsapevole.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 13 Giugno 2022

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