domenica, 26 Giugno 2022
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Perché l’Impero romano perseguitò i cristiani?

Perché i romani, che tolleravano tutti i culti praticati nel loro Impero verso i cristiani furono così rigidi e inflessibili? Di che cosa erano accusati specificamente i cristiani? di Francesco Lamendola  

Perché l’Impero romano perseguitò i cristiani? Al di là delle discussioni e delle polemiche sul numero delle vittime delle persecuzioni e sulle modalità con cui si svolsero, alimentate, a partire dall’Illuminismo, da successive generazioni d’intellettuali di formazione e di orientamento ateo, o massonico, e comunque anticristiano, il fatto resta, ed è quello: l’Impero romano, tollerante con tutte le altre religioni – e furono molte – che via via furono inglobate nella sua compagine sociale e religiosa, solo coi cristiani si mostrò sommamente intollerante e fece di tutto, nel corso di due secoli e mezzo, per cercare di estirparli. Non vi riuscì; ma il fatto non può non suscitare delle domande, se davvero la storia contiene e sviluppa un elemento razionale, anche senza spingersi così lontano da asserire, come fanno Hegel e Croce, che tutto quanto è razionale è reale e tutto quanto è reale è anche, per ciò stesso, razionale.

Che si accetti oppure no la testimonianza di Tertulliano, secondo la quale fu Nerone ad introdurre una legislazione specificamente anticristiana, con la semplice motivazione non licet esse vos, «non vi è permesso di esistere» (nello scritto intitolato Ad nationes, in difesa dei cristiani e contro i pagani), e gli imperatori successivi non fecero altro che attenervisi, fino a Traiano ed oltre, restano immutati i termini del problema: perché i romani, che tolleravano tutti i culti praticati nel loro Impero, verso i cristiani furono così rigidi e inflessibili? Di che cosa erano accusati specificamente i cristiani? E se non esisteva un’accusa specifica vera e propria, oltre al fatto di non voler prestare il debito culto agli dei della patria, quale fu la radice di un’ostilità così tenace, di un odio così implacabile, da indurre quei saggi amministratori a trasformarsi in aguzzini di pacifici cittadini e di miti padri e madri di famiglia, di ragazzi e vergini fanciulle, di vecchi, di gente inerme che non avrebbe mai alzato un dito per difendersi, né avrebbe fatto appello alle leggi, dato che nessun magistrato pareva disposto a tener conto di eventuali reclami o attenuanti, ma dava per presupposta la loro colpevolezza non appena veniva formulata un’accusa nei loro confronti, e sovente metteva nel proprio ufficio un di più di zelo e crudeltà?

L’interrogativo diviene ancora più arduo, e il mistero più fitto, se si considera che i cristiani non erano i soli a praticare un rigido monoteismo, che forse irritava e mal disponeva, di per sé, i magistrati e l’opinione pubblica, poiché sembrava disprezzare tutti gli dei di una società politeista, che a quegli dei ed al loro culto era profondamente legata, considerando la religione come il mezzo indispensabile per procurare alle cose terrene prosperità e fortuna, e lunga vita allo Stato del quale essi erano orgogliosi cittadini. Oltre ai cristiani, infatti, c’erano i giudei, dai quali del resto in origine non era facile, ad un romano, distinguerli, i quali praticavano il culto di un solo Dio con altrettanta fermezza e intransigenza, e consideravano un abominio prestare il culto a qualsiasi altra divinità. In effetti, l’apparente contraddizione si può spiegare abbastanza facilmente, se si considera che mentre per gli ebrei, Yahvé era il loro dio nazionale, e i romani rispettavano tutte le divinità nazionali, aggiungendo per loro un posto in qualche recesso del proprio Pantheon, per i cristiani invece il Dio Padre, del quale Gesù Cristo è il Figliolo, e dai quali procede lo Spirito Santo, è aperto ad accogliere tutti nel suo abbraccio e si pone come il solo Dio da adorare, come dice Gesù stesso nell’intenso episodio del colloquio con la donna samaritana (Gv 4, 19-26):

19 Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».21Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». 26 Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo».

In altre parole, Egli è un Dio che chiede di essere adorato in spirito e verità, a livello interiore e non esteriore; un Dio totalmente spirituale, che ha orrore delle manifestazioni di culto puramente materiali come gli olocausti, e che offre la salvezza in maniera gratuita, per mezzo del Sacrificio del suo Figlio e con l’azione della grazia, altrettanto gratuita da parte sua, chiedendo agli uomini, da parte loro, una radicale conversione di vita.

Non deve perciò stupire che il monoteismo ebraico fosse tollerato dai Romani, benché esclusivista e nazionalista, mentre il cristianesimo venne perseguitato. Paradossalmente (per la nostra mentalità) proprio perché universalista e puramente spirituale, la fede cristiana toccava i fondamenti dell’ordine sociale romano: era suscettibile di diffondersi in ogni ceto, ed esigeva un’adesione totale del credente, che lo rendeva refrattario a qualunque compromesso col politeismo e con l’ordine sociale ad esso sotteso. In altre parole, non era possibile essere cristiani e al tempo stesso “buoni cittadini”, se per essere considerati tali bisognava sacrificare agli dèi e, cosa più importante di tutte, al genio dell’imperatore. La cosa suscitava non solo scandalo, ma incredulità nei magistrati e nel volgo, ai cui occhi doveva apparire sommamente illogica. Perché mai i cristiani trovavano così arduo rendere il culto a un uomo divinizzato, essi che adoravano un uomo morto sulla croce come un volgare malfattore?

Scriveva un insigne studioso del cristianesimo dei primi secoli, Sisto Colombo (1878-1938), salesiano, docente di Letteratura cristiana presso l’Università Cattolica di Milano, nel suo dotto saggio Primavera cristiana. Studi e documenti sulla Chiesa antica, apparso postumo (Torino, S.E.I., 1939, p. 391-401, passim):

Presso i Romani antichi, RELIGIONE e STATO erano due concetti inseparabilmente uniti. Il dispregio delle deità tutelari dello Stato era al tempo steso il dispregio dello Stato; rinnegando gli dei, si rinnegava la patria. Il concetto d’una religione interiore, non limitata alle barriere politiche tra Stato e Stato, era completamente estraneo alle antiche civiltà mediterranee e, in generale, a tutte le civiltà precristiane. La ragione storica fondamentale del conflitto fra il Cristianesimo e l’Impero risiede quindi nel fatto che il programma cristiano non poteva assolutamente subordinare  le proprie esigenze morali, la propria dottrina, insomma la propria esistenza, alle tendenze, alle tradizioni, agl’interessi d’uno Stato. (…)

Né si deve disconosce re che Roma antica aveva, come gl’inglesi d’oggi [1939], una disposizione particolare di tolleranza riguardo alle forme e alle istituzioni pubbliche e private dei popoli assoggettati. Questa tolleranza, che fu però più spontanea e sincera durante il periodo repubblicano, giungeva sino ad alloggiare in Roma le deità e i riti dei popoli stranieri, quasi a cementare nell’alleanza del culto religioso la fedeltà dei sudditi e a coonestare  e ratificare la conquista come fatto riconosciuto e sancito dai numi indigeti e dai loro sacerdoti trapiantati in Roma. (…)

Il Cristianesimo, invece, presentava due caratteri che lo distinguevano nettamene da tutti gli altri culti nazionali: anzitutto esso era religione di nessuno e di tutti: di nessun Stato esclusivamente e di tutte le umane coscienze, senza distinzione di classi o di paese, in secondo luogo  esso, ed esso solo per la prima volta nella storia della civiltà, affermava il supremo diritto della VERITÀ contro ogni interesse pubblico e privato. (…)

Il rifiuto di aderire al culto nazionale romano era, sì, l’aperta provocazione contro istituzioni religiose e, al tempo stesso, politiche; ma v’era a riguardo dei cristiani un’inesplicabile diffidenza, una latente disposizione d’ostilità, una specie di timor panico, come verso gente pericolosa, da cui bisognasse difendesi, come da indistinto e funesti pericolo. Perché? Quella “gens nova” prava un linguaggio non mai udito, enunziava con una sicurezza sbalorditiva massime e principi che toccavano l’assurdo e capovolgevano le nozioni più venerande e indiscusse della civiltà dominatrice. Mostrava nell’enunciarli una sicurezza, che giungeva sino al dispregio della vita, in omaggio alle NOVITÀ di dottrina e di condotta ch’essa proclamava. (…)

Contro i Cristiani che rinnegavano la religione nazionale, si procedette con una norma di legge molto incerta sulle prime, e solo da Traiano in poi sistemata sulla base d’un rescritto imperiale. Non costa veramente quale sia stata la forma legale che determinò la procedura anticristiana prima di Traiano. (…)

E allora emerge un altro e più grave problema: quali erano i punti d’accusa, i CRIMINI intentati dall’autorità inquirente? In altri termini: di quale delitto venivamo accusati i cristiani, deferiti ai tribunali proconsolari o procuratoriali? Anche su questo punto, le opinioni non sono pienamente concordi. Si ritiene che generalmente l’accusa fosse impostata sul “crimen maiestatis”, delitto di lesa maestà imputato ai cristiani. Quest’accusa di lesa maestà, “maiestas”, aveva un’accezione piuttosto larga. In genere s’intendeva la “maiestas” come attributo collettivo del popolo romano, “maiestas Populi Romani”. Così compreso, il “crimen maiestatis” contemplava ogni sorta d’attentato  contro l’integrità delle pubbliche istituzioni, cioè contro la sicurezza dello Stato. (…)

E qui si presenta una nuova questione, relativa al “crimen religionis”, in se stesso considerato. Esisteva nell’antico diritto romano un crimine di lesa religione, quale soleva venire attribuito ai cristiani, ossia l’accusa di negar culto agli dei di Rima? La risposta pare debba essere negativa. Abbiamo esempi d’accuse d’indole religiosa, ma che si riferiscono a fatti di profanazione nell’ambito del culto vigente e praticato coi riti consueti. (…)

La conclusione che emerge da queste osservazioni è: nel diritto romano non si conosceva un crimine consistente nel semplice rifiuto di aderire al culto nazionale. Se dunque questo rifiuto costituì un vero e proprio delitto di lesa religione riguardo ai cristiani, ciò si spiega solamente per il fatto che nell’età imperiale, il culto di Cesare venne a far parte della religione di Stato, anzi, divenne l’elemento preponderante di essa. Di qui, il negar culto a Cesare veniva considerato al tempo stesso come delitto di lesa maestà e di violata religione, pur restando, in linea di diritto, separata e distinta l’una e l’altra categoria criminale.

Il problema di fondo dell’assoluta incompatibilità del cristianesimo con l’Impero romano risiede comunque – lo ha osservato con molto acume, padre Colombo – risiede nel contrasto fra verità e interesse, che non è suscettibile di mediazione.  I cristiani rivendicavano il diritto di adorare Dio in spirito e verità; i romani pretendevano che si uniformassero al culto pagano per l’utile che ne derivava al buon funzionamento dell’organismo politico e sociale. Ma il vero è una cosa sola con il bene: ed entrambi rivendicano per se stessi l’assoluta priorità rispetto a qualsiasi considerazione di utilità, sia pubblica che privata. Pertanto se è cosa buona e giusta rendere il debito culto al vero Dio, non può esserlo anche rendere culto ai falsi dei, o addirittura all’imperatore divinizzato, perché costui è un uomo, e lo si può rispettare e onorare, giammai adorare. Tale contrasto inconciliabile,  sostanziale e non accidentale, è già adombrato nel dialogo fra Gesù Cristo e il procuratore romano Ponzio Pilato (Gv 18, 33-38):

33Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». 34 Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?». 35 Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». 36Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 37Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». 38 Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 14 Giugno 2022

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