domenica, 26 Giugno 2022
HomeCONTROINFORMAZIONEContro-Chiesa e Nuovo umanesimoLa modernità nasce col rifiuto dell’idea di peccato

La modernità nasce col rifiuto dell’idea di peccato

Quando nasce la modernità: con la formazione delle “grandi banche”, con la scoperta dell’America, con l’esordio dell’umanesimo o con la rivoluzione scientifica e industriale? di Francesco Lamendola

Quando nasce la modernità? Si possono dare le più varie risposte a questa domanda: con la formazione delle grandi banche o con la caduta di Costantinopoli, o con la scoperta dell’America; con l’esordio dell’umanesimo e l’abbandono della Scolastica; con la secolarizzazione o con la rivoluzione scientifica, o quella industriale. Ma dal punto di vista morale, teologico e spirituale, non v’è dubbio che la modernità, coi suoi valori (o disvalori) e i suoi miti, col suo sistema di credenze, insomma col suo paradigma culturale, si afferma definitivamente allorché viene meno nelle coscienze la nozione del peccato e perciò del male come effetto di un allontanamento dell’uomo da Dio, di un rifiuto della legge di Dio da parte dell’uomo.

Nella cultura dell’Europa occidentale (perché l’Europa orientale meriterebbe un discorso a parte), e specialmente dei Paesi finanziariamente e produttivamente più avanzati, il passaggio dalla nozione di peccato alla nozione di delitto, il primo come offesa recata a Dio, il secondo come trasgressione delle leggi umane, avviene nel giro di boa fra Sei e Settecento: guarda caso, il periodo in cui viene cacciato l’ultimo sovrano cattolico dal trono d’Inghilterra, viene istituita la Banca d’Inghilterra e nasce la Gran Loggia di Londra: tre eventi la cui contiguità cronologica – rispettivamente il 1688, il  1694 e il 1717 – può apparire casuale solo a chi non vuol vedere che certe coincidenze, nella storia, quasi sempre indicano l’esistenza d’un filo rosso.

Guarda caso, sono anche gli anni nei quali infuria la polemica fra giansenisti e gesuiti, polemica che ruota precisamente attorno alla nozione di peccato e alle conseguenze di esso. Una situazione analoga si era verificata nella fase nascente della Chiesa, col diffondersi delle idee di Pelagio sul peccato originale, e la pronta e decisa reazione di Sant’Agostino, che aveva visto in esse una gravissima minaccia per tutta la visione cristiana del mondo, e ne aveva ottenuto la condanna formale da parte della Chiesa. In questo accostamento, Giansenio sta ad Agostino come Molina a Pelagio. Fra il  XVII e il XVIII secolo la situazione si è letteralmente rovesciata: sia perché ad essere condannati, alla fine, saranno proprio i giansenisti, fautori di una reazione contro il lassismo dei gesuiti, i quali, attenuando gli effetti del peccato originale, avevano spostato la prospettiva cattolica in senso antropocentrico e relativistico (probabilismo); sia perché la reazione giansenista, giusta in se stessa, andò molto oltre il bersaglio e finì per cadere effettivamente nell’errore opposto, arrivando all’idea della predestinazione, ossia alla negazione del libero arbitrio, il che poneva i giansenisti sullo stesso terreno di Lutero e più ancora di Calvino: sintomo di una perdita del senso dell’equilibrio teologico che denunciava, a sua volta, una tendenza al disordine concettuale, propria di una Chiesa che vacilla sulle proprie basi, così come vacilla sulle sue basi, all’interno della coscienza individuale e collettiva, l’ordinata visione del reale, trascinando nella crisi anche la tavola dei valori morali.

Scriveva in proposito il filosofo e storico delle idee russo-tedesco, ma naturalizzato francese, Bernard  Groethuysen (1880-1946)  nella sua opera più famosa, Le origini dello spirito borghese in Francia. La Chiesa e la borghesia (titolo originale: Origines de l’esprit bourgeois en France. I. L’Èglise et la bourgeoise, Paris, Gallimard, 1949; traduzione dal francese di Alessandro Forti, Torino, Einaudi, 1949 e Milano, Il Saggiatore, 1964, pp. 178-180):

A poco a poco l’uomo ha ripreso fiducia in sé. Non è più un malato di cui il peccato «abbia corrotto e guasto tutta la sostanza» e che, nell’atto stesso in cui soffre sempre e dovunque di un male che Dio solo può guarire, si sente colpevole della propria malattia: di una malattia vergognosa che lo ha sfigurato per sempre. È un convalescente che, sentendosi ogni giorno meglio e migliorando di continuo, non si priverà più dei piaceri onesti e leciti. Il grande Arnaud aveva detto: «Riconosciamo che la nostra natura umana è quella femmina del Vangelo, posseduta dal demonio, talmente piegata a terra nell’attaccamento a sé e alle creature da esserle impossibile di guardare in alto e di elevare il cuore verso Dio, se il Medico celeste non la chiami a sé per una misericordia affatto gratuita, non la liberi, non la risollevi, non le dia il modo di glorificare Dio nella propria liberazione». Ma quest’uomo, che ora riprende le proprie forze, avrà bisogno ancora per molto tempo del medico celeste? Quando ascoltava i giansenisti, il suo caso gli doveva apparire disperato, senza un intervento sovrannaturale.

«Quale speranza rimane, dunque, a questi malato disperato, il cui male si inasprisce e si avvelena coi rimedi? Nessuna, certo, né nella natura, né in lui. Soltanto Iddio può risuscitare questi morti, rompere le catene di questi prigionieri giacenti nella servitù del peccato, illuminare questi ciechi, guarire queste volontà corrotte, togliendo loro quel vizioso amore di sé che può produrre solo cattivi frutti, e ispirare loro il suo Divino Amore con l’infondere in essi il suo stesso Spirito.»

Infatti, che mai poteva sperare da sé l’uomo? La malattia lo aveva ghermito tutt’intero, e tutto in lui ne risentiva. «Riconosciamo dunque che il cuore dell’uomo è sin dalla nascita intossicato, riempito di un veleno sottile che si diffonde in tutte le sue azioni e che non è altro che l’orgoglio e l’amore di sé». Questo veleno sottile, il cristiano lo scopriva in tutte le sue azioni: egli credeva di peccare sempre, dacché non era sostenuto più dalla grazia.

«La concupiscenza è il nemico» diceva «che dobbiamo combattere continuamente: è una malattia che si guarisce solo a poco a poco, e di cui saremo liberi del tutto soltanto nel cielo».

Ma ora egli sente rinascere in sé la speranza. La costituzione dell’uomo, si dice, non è così cattiva come si poteva credere ascoltando l’opinione dei teologi della vecchia scuola; la sua natura, tutto ben considerato, è rimasta buona. Si guardi dagli eccessi, e tutto andrà bene.

Così il peccatore muore, parlo del peccatore classico, del peccatore integrale, e, con l’andar del tempo, sembra che noi diveniamo migliori e meno ripugnanti agli occhi della divinità. In un discorso sinodale pronunciato nel 1783, l’uomo viene rappresentato come «un piccolo essere più debole che cattivo, più leggero e incostante che criminale, più infelice che colpevole». Soltanto i giansenisti se ne scandalizzeranno, e rileveranno le espressioni citate come «suscettibili di stupire, provenendo da parte di un teologo convinto, come deve esserlo, dell’esistenza e delle conseguenze del peccato originale». Essi non possono concepire un modo da cui il peccato originale sia bandito. «Il peccato originale» dicono «è la chiave di volta di tutta la religione». Ma i figli del secolo pensano e agiscono come se Adamo non fosse mai esistito. Verso il 1773, un’Accademia di provincia aveva bandito un concorso a premio su questo tema: «Qual è la causa dei delitti, quali sono i mezzi per distruggerli?». Per un giansenista la risposta non poteva esser dubbia: «La religione non indica dunque abbastanza chiaramente la CAUSA DEI DELITTI nella depravazione della natura umana dopo il peccato del primo uomo, perché sia assurdo proporne la ricerca, come di una causa sconosciuta?». E come voler tentare di distruggere una causa che fa di noi tutti dei peccatori? «La distruzione di una causa così intimamente inerente all’uomo peccatore, e degli effetti che ne derivano, non può essere sostenibile che nel sistema di coloro che non tengono nessun conto della rivelazione». La colpa non è che la manifestazione della malattia inerente alla specie umana, da Adamo in poi. Come, dunque, credere che a guarirla basti un mezzo che possa esser trovato da uomini?

Non potremmo dunque guarire dal peccato se non uccidendo in noi il peccatore, e questo non è in nostro potere. Ma non è forse vero che, dal momento in cui l’uomo avrà cessato di apparire a se stesso peccatore, neppure il peccato esisterà più per lui, e quel che in passato avrebbe chiamato con quel nome sarà per lui crimine o delitto: un concetto morale o giuridico, di carattere affatto profano e ben lontano da quella visione religiosa che ricollega ogni azione umana all’altro mondo, e ne fa un rapporto fra Dio e la creatura? Il dogma del peccato originale metteva, per così dire, il peccatore prima del peccato. Facendone astrazione rimaneva soltanto il peccato senza il peccatore; e il peccato, senza la sua sostanza, che è il peccatore, non può sopravvive a lungo. Infatti, per ritrovare nelle azioni umane i veri caratteri del peccato, bisogna sempre rifarsi al peccatore, «riconoscendo che tutti i figli di Adamo sono ruscelli corrotti nella loro stessa sorgente».

Groethuysen descrive molto bene il passaggio della coscienza moderna dall’idea di peccato, trasgressione dell’ordine divino, alla nozione di crimine o delitto, violazione della legge umana; e mostra anche come ciò sia avvenuto sotto il profilo psicologico. La morale cattolica ha sempre insegnato che si deve condannare il peccato e non il peccatore. Ma la società moderna, come la cultura che la definisce, è in se stessa antropocentrica: mette l’uomo al centro di tutto. Pertanto la nozione di peccato tende ad apparire come una nozione astratta, perché l’idea di peccato staccata dall’idea di peccatore è come un guscio vuoto, un contenitore pieno solamente d’aria. Se dunque il peccato sussiste solo come azione del peccatore, e se il peccatore non va giudicato, perché il giudizio spetta solamente a Dio; e se, d’altra parte, l’uomo non è stato ferito in maniera irreparabile dalle conseguenze della caduta di Adamo: allora cosa sarà mai questo senso del peccato, che ha pesato così a lungo sulla coscienza ed ha angustiato la vita di tante generazioni d’uomini? Non sarà stata, in fondo, una crisi di pessimismo, un’esagerazione dovuta a un tempo che non credeva nella bontà della natura umana e disprezzava il dono del libero arbitrio, cioè della capacità umana di scegliere il bene e così di salvarsi?

L’elemento decisivo, che faceva la differenza fra la posizione ottimista dei gesuiti e quella pessimista dei giansenisti, era il ruolo svolto dalla grazia divina. È necessaria, sì o no, anzi indispensabile, la grazia. per ottenere il dono della fede e quindi la possibilità della salvezza eterna? Certo che è indispensabile: chi non crede questo, semplicemente non è cattolico. E tuttavia, l’uomo è totalmente passivo di fronte all’azione della grazia? È totalmente incapace di far il bene, e capace solo di fare il male, e perciò di dannarsi, senza di essa? Le conseguenze del peccato originale sono tali da aver inibito irreparabilmente, nell’anima umana, la capacità di volere e di praticare il bene? Se così fosse, l’umanità sarebbe una massa dannata: e da qui ad ammettere la predestinazione, il passo è breve. Il teologo di riferimento, ancora una volta, è sant’Agostino: se lo si tira per la manica da una parte, si può arrivare a trovare nel suo pensiero la conferma della negazione del libero arbitrio, e quindi la fatale necessità della predestinazione; se invece lo si tira dall’altra parte, si può avere la speranza, e forse anche la certezza, che il destino degli uomini non è predestinato, e che essi pertanto, in virtù del libero arbitrio, sono responsabili del proprio destino finale. Naturalmente la domanda, insidiosissima, di quanti sono portati al pessimismo radicale, è la seguente: ma non sarà che l’uomo, privo della grazia, non è capace di riconoscere il bene e, se pure lo fosse, non sarebbe capace di metterlo in pratica? E ciò per la buona ragione che per avere la grazia bisogna desiderarla, ma per desiderarla bisogna già, in un certo senso, averla, perché senza di essa non si sviluppa neppure il desiderio di cercare e perseguire il bene così come Dio ce lo comanda? Vi lascio un comandamento nuovo, che vi amiate agli uni gli altri, come io ho amato voi; da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri: sono le parole di Gesù Cristo ai suoi discepoli, la sera dell’Ultima Cena. Però se si è privi della grazia di Dio, è mai possibile amare il prossimo? Per amare gli uomini così come Gesù Cristo ha amato i suoi, non è forse necessaria l’azione della grazia?

In questo apparente vicolo cieco si è incagliato il discorso sul peccato al tempo della modernità nascente. L’antropologia moderna, figlia del Rinascimento, che a sua volta si era ispirato alla classicità pagana assai più che al cristianesimo, era insofferente della nozione di peccato: la percepiva come la catena che teneva l’uomo in una condizione di perpetua minorità dinanzi a Dio. Bisognava abbattere l’idea del peccato per affrancare l’uomo dalla sua presunta servitù: ma le masse non erano pronte per una rottura radicale con l’educazione cristiana ricevuta. Perciò le classi dirigenti acquisite alla modernità, e perciò apertamente, o più spesso occultamente, anticristiane, coordinate dalle logge massoniche, si adoperarono per estinguere la nozione di peccato facendo leva su problematiche interne alla teologia cattolica. Puntarono sui gesuiti, che già allora erano i progressisti (e tali si mostrarono anche nella controversia sui riti cinesi e i riti malabarici) e contro i giansenisti che, in quanto rigoristi, era facile dipingere come “reazionari”, quasi nostalgici d’una cupa religiosità medievale. Anche se è vero il contrario, cioè che, per eccesso di zelo, di fatto si erano portati su posizioni protestanti, ossia moderne: essendo stato Lutero il padre della modernità…

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 16 Giugno 2022

Most Popular

Recent Comments