domenica, 26 Giugno 2022
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Zelenskyi: un “servitore del popolo” con qualche stranezza di Michele Rallo

Le stupidaggini sanzioniste trovano credito solo in Occidente. Altrove se ne impipano, e quindi Mosca continua a commerciare tranquillamente con mezzo mondo. Le Opinioni Eretiche di Michele Rallo

Lo confesso: non ho alcuna simpatia per Volodymyr Zelenskyi. Parlo di impressioni  personali, “a pelle”, prescindendo da ogni valutazione di ordine politico. Ció non toglie che – fatto salvo il doveroso rispetto per la sua carica istituzionale – anche dal punto di vista politico il personaggio non mi ispiri grande fiducia. E ció per due ordini di motivi: per il suo stranissimo esordio in politica, e per la sua gestione della guerra in corso.

Oggi parleremo soltanto del primo punto, rimandando ad altra occasione una chiacchierata sullo Zelenskyi del tempo piú recente.

Dunque, prendiamo le mosse dagli anni successivi al colpo-di-Stato antidemocratico del 2014, con la nuova classe dirigente (filoamericana) che annaspava in un mare di corruzione e di clamorosa incapacitá a governare, lasciando presagire la sua prossima liquidazione alla prima scadenza elettorale utile. I sondaggi nazionali attribuivano al Presidente della Repubblica del tempo, Petro Porošhenko, un gradimento di appena il 20%, mentre i sondaggi internazionali (Gallup) certificavano che quello ukraino era il governo con la piú bassa fiducia popolare del mondo intero.

Si avvicinavano le elezioni presidenziali, fissate per il marzo 2019, e non si escludeva che contro Porošhenko potesse candidarsi il capo del principale partito d’opposizione, Viktor Medvedčhuk, massimo esponente della tendenza filorussa. Naturalmente, in via assolutamente ipotetica, se la Presidenza fosse andata a Medvedčhuk – o comunque ad un esponente dell’opposizione – sarebbe crollata tutta intera l’impalcatura delle manovre americane in Ukraina, dalla “rivoluzione arancione” del 2004 al golpe di piazza Maidan del 2014, dalle stragi nel Donbass alle sfacciate provocazioni della NATO, fino agli inconcludenti chiacchiericci dell’Unione Europea.

Era in quel contesto che iniziava l’ascesa di Volodymyr Zelenskyi, padrone della societá di programmi televisivi Kvartal 95, produttrice fra l’altro della serie tv semicomica “Servitore del Popolo”. La serie narrava di un comune cittadino ukraino – interpretato dallo stesso Zelenskyi – che diventava fortunosamente Presidente della Repubblica sulla base di un programma anti-corruzione del tipo né-di-destra-né-di-sinistra.

Nel marzo 2018, esattamente un anno prima delle previste elezioni presidenziali, Volodymyr Zelenskyi fondava un partito con il medesimo nome della serie tv e, poco dopo, annunziava di volersi candidare alle elezioni contro il Presidente uscente Porošhenko, che tutti i sondaggi davano in caduta libera. Da lí muoveva i passi una formidabile campagna mediatica, che nel giro di un anno riusciva a convincere gli elettori ukraini che l’attore avrebbe potuto calcare le orme del suo personaggio televisivo, sconfiggendo corruzione, incompetenza e malgoverno.

Risultato: alle elezioni Zelenskyi stracciava Porošhenko, staccandolo di 15 punti percentuali al primo turno e addirittura di 50 punti al ballottaggio. Era cosí fugata ogni minaccia per gli equilibri della nuova politica ukraina, ed assicurata per i prossimi cinque anni la conservazione di una leadership filoamericana ed antirussa. Tutto era avvenuto “per caso”? Ma guarda che fortunata catena di combinazioni…

Fin qui la ricostruzione – per sommi capi – della nascita del personaggio Zelenskyi. Quanto alle sue qualitá, ci viene in aiuto una recente inchiesta del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, un pool di 600 giornalisti appartenenti a 150 testate di 117 diversi paesi. Questa seconda inchiesta, nota come the Pandora Papers, é stata pubblicata nell’ottobre dell’anno scorso e fa séguito alla precedente, the Panama Papers. Si tratta della piú grande inchiesta della storia che abbia ad oggetto episodi di corruzione, illeciti finanziari e comportamenti borderline da parte delle leadership politiche ed economiche del mondo intero.

Orbene, i Pandora dedicano grande attenzione alle figure di Volodymyr Zelenskyi, della moglie Olena, di due suoi strettissimi collaboratori (Sergei Shefir e Ivan Bakanov), di un oligarca molto amico (Igor Kolomoisky), nonché della galassia delle societá riconducibili a Zelenskyi stesso o ai suoi amici: oltre alla ricordata Kvartal 95, anche la Film Heritage, la Davegra Limited (Bakanov), la Candlewood Investment Limited, la Maltex Multicapital Corp (Kolomoisky), e forse anche altre.

Di queste societá i giornalisti investigativi hanno ricostruito passaggi, movimenti, partite di giro, triangolazioni avvenute attraverso banche amiche ed in ospitali paradisi fiscali: le Isole Vergini, il Belize, Cipro.

Naturalmente, non ho seguíto i vari passaggi di denaro: non ne ho il tempo o la voglia, né saprei muovermi con disinvoltura nei meandri di certa finanza anómala. Chi volesse togliersi lo sfizio, comunque, potrá digitare in internet “pandora zelenskyi” e troverá senz’altro materiale interessante.  

Una precisazione, infine: non credo che quanto sopra prefiguri veri e propri illeciti finanziari. Credo – e spero – che possa trattarsi soltanto di comportamenti borderline. E tuttavia, dopo una pur rapida carrellata, credo di aver capito qualcosa di piú del “Servitore del Popolo” che ha in mano i destini dell’Ukraina.  

ANCORA SUL GRANO UKRAINO  

Qualcuno ha obiettato che la classifica da me riportata nello scorso numero riguardasse i paesi produttori di grano, non gli esportatori. Ma, anche censendo gli esportatori, i rapporti non cambierebbero granché: tolti dall’elenco due giganti che producono soltanto per i rispettivi mercati interni (Cina e India), la classifica scivola in avanti di un paio di posti per tutti, e l’Ukraina passa dalla decima piazza alla settima o all’ottava; ma sempre molte spanne dietro ai “grandi” (Russia, Usa, Canada, Australia), oltre che all’Unione Europea nel suo complesso (la sola Francia esporta assai piú che non l’Ukraina).

Ergo, le nazioni del mondo – e in primis quelle del cosiddetto Occidente – sarebbero perfettamente in grado di compensare ció che venisse eventualmente a mancare dalla sponda ukraina. Non potrebbero invece colmare i buchi nei bilanci delle multinazionali agroalimentari americane. Ma di questo ce ne faremmo una ragione.

Il problema, in realtá, é un altro. Dopo Cina e India, il primo produttore di grano al mondo é la Russia, con 62 milioni di tonnellate, dieci volte la produzione dell’Ukraina (6 milioni). La Russia sarebbe anche il primo esportatore mondiale. Dico “sarebbe”, perché i brillanti cervelloni delle strategie atlantiste antiputiniane desidererebbero che le navi russe non potessero attraccare in nessun porto del mondo, onde bloccare i commerci (tutti i commerci, non solo quello del grano) del nuovo “male assoluto”. Lo scopo é quello di “infliggere dolore” alla Russia, nella speranza che il popolo si sollevi e metta fine all’odiato regime sovranista di Mosca.

Tutto ció soltanto in teoria, perché – fortunatamente – le stupidaggini sanzioniste trovano credito solo in Occidente. Altrove se ne impipano, e quindi Mosca continua a commerciare tranquillamente con mezzo mondo.

Ma – al di lá degli effetti complessivi del sanzionismo – coloro che vorrebbero che alla Russia venisse impedito di esportare il suo grano sono gli stessi che strepitano perché l’Ukraina possa vendere liberamente il proprio. E se Putin non favorisce questo disegno é un criminale, mentre loro – gli strateghi delle sanzioni – possono allegramente teorizzare per i clienti dei granai russi una draconiana carestia democratica.

Ah, dimenticavano: se i russi requisiscono il grano (o altre merci) nei territori occupati, lo “rubano”. E quindi i governi destinatari del frumento russo – difficilmente distinguibile da quello ukraino “rubato” – dovrebbero rifiutarlo. Lo sostiene l’amministrazione americana in una nota inviata a 14 governi africani. Poco importa – anche se non lo si dice a chiare lettere – se quel grano sia necessario per la sopravvivenza di quelle popolazioni. Siamo alla follía.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 18 Giugno 2022

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