domenica, 26 Giugno 2022
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La felicità è un’attività dell’anima conforme a virtù

Non esiste felicità più grande di contemplare Dio che è il “Sommo Bene”. Il pensiero di Aristotele e San Tommaso d’Aquino: analisi e riflessioni di due giganti del pensiero di Francesco Lamendola

Tutti desiderano la felicità: questo è un fatto, e corrisponde ad un istinto naturale. Ma per averla, bisogna sapere in che cosa essa consiste. E allora, che cos’è propriamente la felicità? Se non si sa rispondere a questa domanda, si è simili a colui che vuole ardentemente una certa cosa, ma non sa che cosa. Va da sé che non la troverà mai: e dovrà ringraziare solamente se stesso, non potrà dare la colpa a qualcun altro.

Dunque: che cos’è la felicità? A tutti, o quasi tutti, verrebbe spontaneo rispondere che è un certo stato dell’essere, una condizione esistenziale libera da ansie preoccupazioni, e così via. Ma un filosofo vero, il quale ha meritato, nel corso dei secoli, di essere chiamato IL filosofo per antonomasia – Aristotele – non si è fermato alle apparenze; ha guardato oltre, e ha visto che la felicità non è uno stato di quiete, e neppure uno stato in senso generale, ma proprio l’opposto di uno stato, vale a dire un’ATTIVITÀ. Come mai? Egli parte da una constatazione: gli uomini sono felici quando s’impegnano con successo in una certa attività e lo sono maggiormente quanto più svolgono tale attività non in vista d’un fine ulteriore, ossia come un mezzo, ad esempio come un viaggiatore che sopporta le fatiche e i fastidi del viaggio per arrivare alla meta, bensì per se stessa, per la soddisfazione e l’appagamento che ne ricavano in maniera del tutto disinteressata: ad esempio come lo scultore che scolpisce la statua sotto la spinta di una forza interiore che lo rende felice nell’atto di creare. Va da sé che parliamo del vero artista, il quale crea per il gusto di creare, e non di un mercenario che crea in vista del guadagno che si propone di ricavare, e che magari si piega alle richieste più capricciose del committente, anche al prezzo di sacrificare la propria idea e il proprio senso estetico, perché il suo fine non è la gioia di creare qualcosa con le proprie mani, ma di ottenere il maggior guadagno possibile.

Ora, l’attività è la caratteristica di tutti gli esseri viventi: dire essere vivente è come dire essere in attività, in movimento. Ma ogni specie ha un’attività che le è propria. Quella della pianta consiste nel crescere, nutrirsi e riprodursi; la stessa cosa si può dire dell’animale, con la differenza che l’animale è soggetto di sensazioni, passioni e desideri e quindi è consapevole della propria attività, mentre la pianta è inconsapevole e i suoi atti non derivano da un’azione volontaria, e sia pure istintiva, ma da una forza interna di accrescimento e di riproduzione, che muove la pianta e la trasforma da seme in individuo adulto, poi la sorregge nelle funzioni vitali, che non è volontaria perché non è cosciente, ma segue una legge naturale immutabile. E l’uomo? Anche l’uomo, ovviamente, deve crescere, nutrirsi e riprodursi (con buona pace degli ambientalisti radicali dei nostri giorni che si fanno sterilizzare o aderiscono a folli e macabre associazioni come il VHEMT (Movimento per l’estinzione umana volontaria); ma non si limita a questo. Se lo facesse, abdicherebbe al proprio statuto ontologico e sceglierebbe di essere qualcosa di meno di ciò che è, un essere umano. La pianta è dotata di anima vegetativa, l’animale di anima sensitiva; l’uomo, e solo l’uomo, possiede un’anima razionale: dunque l’attività specifica dell’uomo non può che essere di tipo razionale. È proprio dell’uomo pensare, riflettere sulla realtà e agire in base ad un progetto, a  un’idea, a un fine consapevolmente eletto e ritenuto degno dei suoi sforzi; un fine che vada oltre la pura e semplice sopravvivenza.

E non basta ancora. Per essere veramente umana, un’azione deve essere anche conforme a virtù, cioè diretta al bene oggettivo e non solamente ad un qualche bene soggettivo e più o meno transitorio, più o meno effimero. Infatti la virtù è premio a se stessa: non la si pratica per ottenere qualcos’altro, anzi la si pratica anche nei casi in cui ciò equivale a crearsi dei grossi fastidi, ad esempio rifiutando di prestare la propria collaborazione a un progetto malvagio, fosse pure dietro richiesta di un amico, e dunque rompendo un’amicizia o attirandosi l’ostilità di un nemico che, fino a quel momento non era tale, anzi era una persona amica.

Facciamo un passo indietro. L’anima umana, secondo Aristotele, non è totalmente diversa da quella degli altri esseri viventi; comprende ciò che vi è in essi, più qualcos’altro, che è specificamente umano. Pertanto nell’anima umana vi è una parte vegetativa, che presiede all’accrescimento e alla riproduzione; una parte sensitiva, che attiene alle passioni e ai desideri; e infine una parte razionale, che consiste nell’esercizio della ragione. Pertanto la felicità, eudaimonia, si raggiunge solo realizzando ciò che è più perfetto nella propria natura. La pianta sarà “felice” quando, trovato il terreno e il clima adatto, e coltivata con sapienza e intelligenza dal giardiniere, cresce vigorosa e fruttifera ed è in grado di riprodursi. L’animale sarà “felice” quando, oltre a disporre della sicurezza di potersi nutrire e dissetare e di tutto ciò che è necessario alla sua vita, compresa la possibilità di riposarsi, e infine la facoltà di riprodursi, potrà esplicare le sue doti naturali, ad esempio, per il cavallo, la libertà di correre, per il cane quella di andare a caccia, per l’uccello quella di spiccare il volo dal nido; sarà infelice se non potrà farlo, ad esempio perché viene rinchiuso in una stalla, o una gabbia, e non possa più muoversi e agire liberamente, ma debba sottostare al volere di un altro e condurre un’esistenza innaturale.

Per l’uomo, essere felice vorrà dire dispiegare al massimo grado la sua facoltà specifica, che è la ragione: la qual cosa è una forma di attività, e ci aiuta a comprendere perché la felicità sia un’attività e non uno stato di quiete. L’uomo, dunque, è felice quando può vivere da uomo, non occasionalmente, ma sempre: quando cioè può vivere da creatura razionale. E abbiamo visto che ciò significa, in pratica, esercitare la ragione conforme a virtù, ossia in maniera libera e disinteressata. Aristotele distingue due tipi di virtù, etiche e dianoetiche: le prime sono proprie dell’anima sensitiva, le seconde invece dell’anima razionale. Il coraggio ad esempio è una virtù etica, perché anche di un cavallo, o di un leone, o di un cinghiale, si può dire che è coraggioso, cioè che affronta il pericolo senza fuggire; perfino un uccellino può esserlo, quando affronta il serpente per difendere il suo nido minacciato. Le virtù etiche sono il coraggio, la temperanza, la liberalità, la magnificenza, la magnanimità e la mansuetudine: esse derivano dall’abitudine a sottomettere gli istinti per mezzo della ragione. Ad esempio il coraggio si può acquisire, o sviluppare, imparando a dominare l’istinto della paura e pensando a ciò che si vuole proteggere o al valore morale che si vuole affermare e testimoniare. Le virtù dianoetiche sono quelle proprie esclusivamente dell’uomo e non hanno il corrispettivo nell’animale: a loro volta si suddividono in virtù “scientifiche” e “calcolative”. Le prime si manifestano nella sapienza, nella scienza e nell’intelletto; le seconde nell’arte e nella saggezza.

Arriviamo pertanto alla conclusione che per essere felice, l’uomo deve dispiegare l’attività della propria anima secondo virtù, e non una volta ogni tanto, ma abitualmente, così da fare di quell’attività la sua ragione di vita e la sua occupazione permanente.

Scrive dunque Aristotele nell’Etica Nicomachea (A, 7; K, 6 e 7; da Aristotele, Opere, a cura di G. Giannantoni, Bari, Laterza, 1973):

Tuttavia, se pur il dire che la felicità è il sommo bene sembra qualcosa di ormai concordato, tuttavia si sente il bisogno che sia ancor detto qualcosa di più preciso intorno alla sua natura. Potremo riuscirci rapidamente, se esamineremo l’opera dell’uomo. Come infatti per il flautista, il costruttore di statue, ogni artigiano e insomma chiunque ha un lavoro e un’attività, sembra che il bene e la perfezione risiedano nella sua opera, così potrebbe sembrare anche per l’uomo, se pur esiste qualche opera a lui propria. […]

E quale sarebbe dunque questa? Non già il vivere, giacché questo è comune anche alle piante, mentre invece si ricerca qualcosa che gli sia proprio. Bisogna dunque escludere la nutrizione e la crescita. Seguirebbe la sensazione, ma anche questa appare esser comune al cavallo, al bue e a ogni animale. Resta dunque una vita attiva propria di un essere razionale.[…]

Se dunque è così, allora il bene proprio dell’uomo è l’attività dell’anima secondo virtù, e se molteplici sono le virtù, secondo la migliore e la più perfetta. E ciò vale anche per una vita completa. Infatti una sola rondine non fa primavera, né un solo giorno; così neppure una sola giornata o un breve tempo rendono la beatitudine o la felicità. […]

… essa [la virtù] non è una disposizione: in tal caso infatti essa si troverebbe anche in chi dormisse tutta la vita, vivendo così una vita puramente vegetativa e in chi subisse le più grandi disgrazie. Se dunque questo non può ammettersi, bensì piuttosto dobbiamo porre la felicità in un’attività, come s’è detto precedentemente, e se delle attività alcune sono necessarie ed eleggibili in vista d’altro, altre invece sono scelte per se stesse, è evidente che bisogna porre la felicità tra le attività scelte per esse stesse e non tra quelle scelte in vista di un altro; infatti la felicità non è manchevole di null’altro, bensì è autosufficiente. Sono eleggibili per se stesse quelle attività dalle quali non ci si attende altro all’infuori dell’attività stessa. Tali sembrano essere le azioni conformi a virtù; infatti il compiere cose belle e virtuose è proprio delle azioni eleggibili per se stesse. […]

Se dunque la felicità è un’attività conforme a virtù, logicamente essa sarà conforme alla virtù superiore; e questa sarà la virtù della parte migliore dell’anima. Sia dunque essa l’intelletto oppure qualcosa d’altro, che per natura appaia capace di comandare e guidare e avere nozioni delle cose belle e divine o perché esso stesso divino o perché è la parte più divina di ciò che è in noi, comunque la felicità perfetta sarà l’attività di questa parte, conforme alla virtù che le è propria. Che essa sia l’attività contemplativa, è stato detto.

Questo stato di perfezione e di appagamento totale dell’anima culmina nella ricerca e nella contemplazione (attenzione: anche la contemplazione è un’attività, e non uno stato di quiete!) del Bene Supremo, ossia di quel bene che non si esaurisce, non delude, non deve essere ricercato sempre di nuovo. Tale bene superiore a ogni altro è quello che si ricerca assolutamente per se stesso e non per ottenere qualcosa grazie ad esso.

Infatti osserva ancora Aristotele nell’Etica Nichomachea (I, 7, 1097 a-b):

Noi diciamo dunque che è più perfetto il fine che si persegue di per se stesso che non quello che si persegue per un altro motivo e che ciò che non è scelto mai in vista d’altro è più perfetto dei beni scelti contemporaneamente per se stessi e per queste altre cose, e insomma il bene perfetto è ciò che deve esser sempre scelto di per sé e mai per qualcosa d’altro. Tali caratteristiche sembra presentare soprattutto la felicità; infatti noi la desideriamo sempre di per se stessa e mai per qualche altro fine; mentre invece l’onore e il piacere e la ragione e ogni altra virtù li perseguiamo bensì di per se stessi (infatti se anch’essi dovessero esser privi di ulteriori effetti, noi desidereremmo ugualmente ciascuno di essi), tuttavia li scegliamo anche in vista della felicità, immaginando di poter esser felici attraverso questi mezzi.

Questo il pensiero di Aristotele, un filosofo pagano che fonda la propria ricerca sulla ragione naturale.

Nella prospettiva cristiana, il massimo filosofo che ha tratto il medesimo argomento è san Tommaso d’Aquino, che in molte cose si rifà ad Aristotele. E qui emerge la radicale differenza fra la concezione della vita pagana e quella cristiana. Per san Tommaso, come scrive nella Summa Theologiae, la vera e perfetta felicità si realizza solo nell’aldilà, quando l’anima potrà contemplare Dio assolutamente e senza alcun residuo d’interesse o d’impedimento materiale. Nella vita terrena, scrive san Tommaso, nessuno è totalmente esente ed immune dal male, dunque nessuno può essere perfettamente felice. La piena felicità non è di questo mondo, ma di quell’altro. Una simile conclusione può sembrare pessimistica: ma, se ben si riflette, è la conclusione di Aristotele a peccare d’ingiustificato ottimismo. I beni terreni, per definizione, sono limitati imperfetti; ma la felicità cui aspira l’anima umana è piena e perfetta. E allora è chiaro che nessuna felicità adeguata viene concessa all’uomo nel corso della vita terrena, ma solo qualche anticipazione, più o meno fuggevole, di quella che è presente nella dimensione dell’assoluto, nella vita dopo la morte. Si dice che san Tommaso, qualche mese prima di morire, abbia avuto una visione straordinaria, dopo la quale non volle più scrivere nulla, nella quale Dio gli diceva: Bene scripsisti, Thoma, de me; quam ergo mercedem accipies? Ed egli rispose: Non aliam nisi te, DomineCosì è. Dio essendo Sommo Bene, non esiste felicità più grande del contemplarlo. Cosa che avviene nell’altra vita, non in questa.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 19 Giugno 2022

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