domenica, 26 Giugno 2022
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Riflessioni storiografiche a margine di una necessaria “Terza Via” di Roberto Bonuglia

Perchè necessita la costruzione di un’alternativa che ponga al centro la “Buona battaglia”: declinata “Cristiana” in senso spirituale e filosoficamente “Tomista” di Roberto Bonuglia

La storia del Novecento, come noto, affonda le sue radici all’alba del secolo precedente, soprattutto laddove si voglia privilegiare come punto di osservazione il processo di formazione, sviluppo e declino dell’idea di Nazione e la correlata parabola dello “Stato-Nazione”, ossia quella di uno “Stato” costituito prevalentemente da una comune e omogenea entità culturale o etnica e, nel quale, i cittadini condividono linguaggio, cultura e valori.

In tal senso, quindi, si ravviserà la necessità di fare i conti con le periodizzazioni strumentali impartite a generazioni di studenti nelle scuole e nelle università che sostengono la vulgata ‒ veicolata anche dai centri di cultura dominanti ‒ e, novità di questi ultimi decenni, dal mainstreaming. Che, de facto, non è altro che un processo attraverso il quale innovazioni sperimentate in un ambito circoscritto ‒ sociale, economico o istituzionale ‒ vengono poi trasposte a livello di sistema in un ambito più generale diventando leggi e prassi alle quali è difficile ‒ se non impossibile o inutile ‒ opporsi, avanzare delle critiche o semplicemente dissentire.

Un esempio lo offre proprio il problema della periodizzazione della storia contemporanea che solitamente viene fatta partire dalla Rivoluzione francese (1789) con la nascita del primo Stato “nazionale” borghese, laico e, quindi, considerato “contemporaneo” in virtù della “secolarizzazione” dei valori conseguente al definitivo superamento del modello monarchico assolutista boussettiano [1].

Tappe successive e tutte ottocentesche di questo “cammino umano” saranno il riassetto geopolitico del Congresso di Vienna (1815), la cosiddetta “primavera dei popoli” del 1848 ‒ quando oltre ai moti rivoluzionari apparve il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels [2] ‒, l’affermazione dell’imperialismo, del nazionalismo, della seconda rivoluzione industriale e la conseguente affermazione della società di massa, poi strumentalizzata e pedagogicamente (ri)educata a colpi di capitalismo e liberismo.

D’altra parte, siamo di fronte non solo a fatti storici, ma a vere e proprie svolte che, quando avvengono, quasi sempre ci palesano «l’imprevedibile, l’irrazionale, l’oscuro, il violento e non sempre il bene. Già altre volte il mondo è stato governato da diavoli» [3].

Il che porta al Novecento dell’altra rivoluzione ‒ quella bolscevica ‒, ma anche delle due guerre mondiali, della divisione del mondo in bue blocchi e in due sfere di influenza secondo la “logica di Yalta” [4] crollata, poi, con il muro di Berlino (1989) e, della quale, stiamo assistendo ad una disperata riproposizione a margine del conflitto russo-ucraino di questi mesi [5]. Ma, tornando alle questioni storiografiche, è stato lo storico Eric J. Hobsbawn il primo a leggere il Novecento secondo una nuova scansione temporale che dal 1914 arriva al 1991.

È questa, in estrema sintesi, la tesi esposta nel suo celebre volume nel quale, per la prima volta, il XX Secolo viene considerato dagli «anni che vanno dall’esplosione della Prima guerra mondiale fino al collasso dell’URSS, i quali, […] formano un periodo storico coerente che è giunto al termine» [6]. L’idea di fondo sulla quale si fondava questa teoria era volta a evidenziare che ‒ proprio nel Novecento ‒ si sia registrata un’accelerazione degli eventi della grande storia senza precedenti. Nulla, però, in confronto di quanto sarebbe avvenuto dopo.

Un aspetto, questo, che non fu contemplato dal povero Hobsbawn e che ‒ non a caso ‒, in riferimento ai fatti, alle vicende ed ai personaggi del Novecento ha portato a scrivere che «per la prima volta nella storia, un mondo interconnesso e indipendente sarà privo di un singolo centro di gravità o di un angelo custode globale» [7]. Un vuoto, però, che è stato riempito dai nuovi paradigmi geopolitici, economici, sociali e culturali della globalizzazione: dal 1990 al 2020, infatti, alcune distanze si sono accorciate e altre si sono allungate.

E poi, altro che vuoto di potere: pare evidente quanto l’élite mondiale si sia giovata dei mutamenti imposti alla storia contemporanea registratisi all’ombra del “governo invisibile” sovranazionale, chiaramente non eletto da nessuno, ma autoproclamatosi alla guida dell’intero globo terrestre. Un governo che «celato alla vista del pubblico, raccoglie informazioni, svolge attività di spionaggio e progetta e realizza operazioni segrete in tutto il mondo» [8]. Il tutto in un villaggio globale dove, ormai, chi compra o vende azioni di società internazionali lo fa in un’ottica nelle quale i limiti e i confini geografici cessano di esistere; chi lavora in modo subordinato, invece, risulta sempre più lontano dai centri decisionali del potere, ossia di chi prende decisioni le cui conseguenze si producono senza possibilità di reazione per chi le subisce. La storia degli ultimi due anni di crisi sanitaria lo conferma.

Tutto ciò significa che, oltre alle grandi opportunità che la globalizzazione avrebbe dovuto creare, va anche considerato quanto «l’annullamento tecnologico delle distanze spazio-temporali» [9] abbia polarizzato la condizione umana, piuttosto che renderla omogenea. Ne è cartina di tornasole la crisi di civiltà in cui ci troviamo oggi: la «più grave che mai si sia verificata in tutto il corso della storia umana: perché – meraviglie della globalizzazione – la civiltà moderna riassume, nel bene o nel male, tutti i secoli e i millenni delle civiltà precedenti, e quindi la sua eclissi e il suo rovesciamento equivalgono alla fine della civiltà tout-court, al regresso del genere umano ad una condizione sub-umana, alla rinunzia da parte dell’uomo al proprio statuto ontologico di creatura pensante e dotata di libero arbitrio» [10].

Altri esempi evidenziano altre contraddizioni insite nella teoria storiografica del “Secolo breve”: per Hobsbawn è con la Grande Guerra (1914-1918) che le masse entrarono nella storia contribuendo alla nascita e alla diffusione delle ideologie. Ma, in verità, l’entrata delle masse nella storia era avvenuta già negli ultimi decenni dell’Ottocento e le ideologie non si diffusero grazie alle masse, ma furono elaborate a priori per sviarle, secolarizzarle e predisporre in esse ‒ in Occidente ‒ il passaggio dalla parsimonia al consumo [11] e ‒ in Oriente (URSS e “Paesi” del blocco sovietico) ‒ l’imposizione di regimi dittatoriali atei. Nei quali, per dirla con Eric Voegelin «la furia del sangue marxista» atteneva, de facto, allo stesso tipo simbolico «della mistica nazionalsocialista che, attraverso i misteriosi chimismi di corpo e sangue, plasma gli uomini del millennio […] coltivando l’idea di creare il superuomo attraverso l’azione rivoluzionaria» [12] quest’ultima, tra l’altro, mutuata dal motto rivoluzionario francese della “rivoluzione in permanenza” coniato durante le crisi liberali della monarchia restaurata.

Tornando sul piano storiografico, all’impianto della vulgata ufficiale sfugge maliziosamente che ‒ dall’epoca napoleonica in poi ‒ le molteplici trasformazioni sociali, economiche e ideologiche tutte avvenute in Europa fossero strettamente correlate alla crescita territoriale e istituzionale degli Stati-Nazione divenendone, molto spesso, componenti talmente fondanti da determinarne ulteriori evoluzioni quanto soprattutto involuzioni, culminate nel secondo conflitto mondiale. Un conflitto che, ad esempio, spazzò via ogni tentativo alternativo, come quello corporativista [13], di apporre ‒ senza scadere nell’ideologica deriva atea di matrice comunista ‒ i necessari correttivi statali all’impianto capitalistico e liberista.

Nel 1945, poi, ciò che muore non sono né l’imperialismo né la burocrazia come «organizzazione tecnica professionalmente volta all’amministrazione di ordinamenti giuridico-territoriali» [14] che fu, a suo tempo, all’origine del potere pubblico costitutivo dei moderni Stati-nazione europei. Al primo è subentrato l’imperialismo finanziario dei FAANG [15] e alla seconda l’élite globale che in pochi hanno si è impadronita di 3/4 della ricchezza mondiale schiavizzando sette miliardi e mezzo di persone [16].

A morire fu solo ed unicamente quel modello di Stato visto che alle relazioni internazionali tra gli Stati si sono sostituite quelle della logica dei due blocchi di Yalta e dei due modelli di sviluppo ‒ quello capitalistico e quello materialistico-comunistico ‒ che si sono affrontati fino al crollo del Muro quando ‒ secondo l’altra erronea quanto celebre interpretazione di Francis Fukuyama [17] ‒ si registrò la fine delle ideologie e della storia tradizionalmente intesa.

Altro che fine delle ideologie: è la visione utilitaristica del capitalismo e del suo edonismo ‒ quanto quella materialisticamente atea del comunismo di derivazione marxista e stalinista ‒ che ha permesso di far salire in cattedra per decenni «l’irrazionale, il folle, il mostruoso, l’orrido, il demoniaco» distruggendo «quella cosa essenziale per la sopravvivenza degli uomini e della società che è il buon senso, vale a dire la percezione sana e realistica del reale e di tutto ciò che concerne la nostra esistenza. Più di mezzo secolo prima del nostro tempo, quando la cosa è ormai del tutto evidente (ma a percepirla continuano ad essere pochi: segno certissimo dell’avvenuta scomparsa del buon senso) qualcuno si era reso conto del capovolgimento del giudizio sui fatti essenziali della vita e sulla capacità di riconoscere e distinguere il vero dal falso, il bene dal male e il bello dal brutto, una facoltà senza la quale l’uomo, l’unico essere vivente che la possiede, è fatalmente destinato ad autodistruggersi e a scomparire. Per inguaribile idiozia» [18].

Risulta quindi lecito distinguere, a livello di periodizzazione storica contemporanea, tutt’altra scansione da quella di Hobsbawn: un Alto Ottocento che dal Congresso di Vienna arriva alle rivoluzioni del 1848, un Medio Ottocento che comprende le vicende europee tra il 1848 ed il 1919 e, infine, un Basso Ottocento che dal primo dopoguerra arriva al secondo (1919-1945). Non tanto, quindi, un Novecento da intendersi come “secolo breve”, bensì un Ottocento che si pone come “secolo lungo”.

Una vera e propria Terza Via storiografica, quindi, che all’elaborazione di Hobsbawn e Fukuyama permetta di scandire ‒ e, quindi, di meglio comprendere ‒ «l’ascesa, l’espansione e il declino dello Stato-Nazione e, insieme, il pieno rigoglio e poi il tramonto definitivo di quel sistema dell’Europa-Mondo sorto […] quale proiezione nazionalitaria e poi nazionalista di una ideologia transnazionale tra realtà e utopismo, tra civilizzazione e conquista» [19].

Che risultano, nel loro insieme, le premesse del villaggio globale preconizzato da Marshall McLuhan [20] e sorto nell’ultimo trentennio nel quale: lo sviluppo di un diritto internazionale ha svuotato quelli costituzionali dei singoli Stati; l’identità nazionale è stata demonizzata; la cultura è stata destoricizzata prima e liquidata poi dalla globalizzazione e dal connesso neoliberismo; le coscienze colonizzate da finti buonismi; la tecnica economica allontanata dai postulati classici dell’economia pubblica; si è assistito alla nascita e alla crescita anabolizzante di una particolare forma di ordine mondiale basato sulla divisione e sulla contrapposizione tra due blocchi principali attraverso la Guerra Fredda e, infine, una volta superata questa, la sostituzione «nella comunicazione politica, nel linguaggio dei media, fino al recepimento subliminale di massa» del termine liberalismo con quello liberal: «acritica moda semantica, emblema di fuorvianza culturale e confusione delle lingue» [21].

Di fronte a tutto questo, quindi, necessita inevitabilmente la costruzione di un’alternativa che ponga al centro la buona battaglia, il buon combattimento: entrambi intesi e declinati, in primis, in senso spirituale e ovviamente last but not least religiosamente cristiano e filosoficamente tomista.

Note:

[1] J.B. Bossuet, Politique tirée des propres paroles de l’Ecriture-Sainte, Parigi, 1709.

[2] K. Marx, F. Engels, Manifest der kommunistischen Partei, Berlino, Dietz, 1848.

[3] G. Tremonti, La paura e la speranza, Milano, Mondadori, 2008, p. 7.

[4] G. De Michelis, La lunga ombra di Yalta. La specificità della politica italiana, Venezia, Marsilio, 2003.

[5] R. Bonuglia, La nuova pandemia: il tifo da stadio nel conflitto russo-ucraino, in «Corriere delle Regioni», dell’8 aprile 2022, in https://www.corriereregioni.it/2022/04/08/la-nuova-pandemia-il-tifo-da-stadio-nel-conflitto-russo-ucraino-di-roberto-bonuglia/.

[6] E.J. Hobsbawn, Il Secolo Breve, Milano, Rizzoli, 1995, p. 4.

[7] C. A. Kupchan, Nessuno controlla il mondo, Milano, Il Saggiatore, 2013, p. 16.

[8] D. Wise-T.B. Ross, Il governo invisibile, Milano, Longanesi, 1967, p. 1.

[9] Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 22.

[10] F. Lamendola, Carta di Venezia 2022, in «Corriere delle Regioni», del 20 giugno 2022, ora in https://www.corriereregioni.it/2022/06/20/presentazione-della-carta-di-venezia-2022-del-prof-francesco-lamendola/.

[11] G. Aliberti, Dalla parsimonia al consumo. Cento anni di vita quotidiana in Italia (1870-1970), Firenze, Le Monnier, 2003.

[12] E. Voegelin, Politica gnostica, in AA.VV., Trascendenza e gnosticismo in Eric Voegelin, a cura di G.F. Lami, Roma, Astra, 1979, p. 163.

[13] R. Bonuglia, Tre valtellinesi al servizio dello Stato: Saraceno, Vanoni, Paronetto, in «Elite&Storia», a. II, n. 1, del 2006, pp. 44-64.

[14] G. Aliberti, Burocrazie governanti ed élites locali. Lo Stato postfeudale nel Mezzogiorno prima e dopo l’Unità, Roma, Edizioni Universitarie, 1999, p. 21.

[15] R. Bonuglia, Nel FAANG del Covid-19, in «Corriere delle Regioni», dell’8 ottobre 2020, in https://www.corriereregioni.it/2020/10/08/nel-faang-del-covid-19/.

[16] F. Lamendola, La banale semplicità del sistema che ci schiavizza, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”, del 7 ottobre 2019.

[17] F. Fukuyama, The End of History?, in «The National Interest», n. 16, del 1989, pp. 3-18 e Id., La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, UTET, 1992.

[18] F. Lamendola, Carta di Venezia 2022, cit.

[19] G. Aliberti, F. Malgeri, Due Secoli al Duemila, Milano, LED, 1999, p. 16.

[20] M. McLuhan, The Gutenberg Galaxy: The Making of Typographic Man, Londra, Routledge & Kegan Paul, 1962 nel quale l’autore si soffermava sull’importanza dei mass media nella storia umana. Il termine “global village” compare per la prima volta a p. 31 dell’edizione originale.

[21] P. Simoncelli, intervento al Convegno Oltre Salerno. Benedetto Croce, Ignazio Silone e la loro attualità politica, del 28 settembre 2014, ora in G. Di Leo, Atti del Convegno di Pescasseroli e Pescina, Roma, Aracne, 2015, pp. 162-163.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 21 Giugno 2022

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